Dazi, sicurezza, industria: Trump parla al Dna repubblicano

La convention del Gop sarà uno show del presidente che parlerà ogni sera per unire i suoi elettori

Il partito repubblicano si appresta a celebrare da stasera la sua 42esima convention: sotto il tallone di Donald Trump. La personalità del presidente rischia di occultare ogni continuità. Davvero quel Grand Old Party che mandò alla Casa Bianca Abraham Lincoln è stato conquistato e stravolto, quasi violentato fino ad essere irriconoscibile? O invece la campagna del 2020 è un revival di temi e strategie che fanno parte del Dna repubblicano?

La dimensione spettacolare è quella che cattura l’attenzione. Trump è costretto a subire il coronavirus (ha cancellato tutti i raduni di massa e registrerà il discorso di accettazione alla Casa Bianca) e tuttavia vuole distinguere la convention repubblicana in ogni modo possibile da quella democratica che ha giudicato noiosa e inefficace. Ha chiamato al lavoro la sua ex-squadra del reality tv The Apprentice. Dopotutto, Trump fu un mediocre affarista immobiliare, ma un geniale impresario televisivo. Nella video-convention repubblicana il candidato parlerà ogni sera, non solo in quella conclusiva come Joe Biden. E quando non sarà lui a occupare la video-scena, strariperà la presenza in streaming dei suoi familiari. Nella scenografia lo strappo fra Trump e i predecessori c’è: i precedenti che lui ha studiato si chiamano Silvio Berlusconi e Arnold Schwarzenegger, non Lincoln o Eisenhower.

A nutrire la narrazione di un tradimento della tradizione repubblicana c’è una schiera di esponenti della destra-establishment, che lo denunciano e invitano a votare Biden: si va dall’ex segretario di Stato Colin Powell all’intellettuale neoconservatore Bill Kristol. La lista è talmente lunga che bisogna cercarla sotto vari hashtag, da #NeverTrump a #RepublicanVotersAgainstTrump (che ha partorito la variante #RepublicansAgainstPutin). Un giornale conservatore come The Wall Street Journal, di proprietà di Rupert Murdoch, ha fatto un’opposizione implacabile ad alcune politiche di Trump in nome dell’ortodossia neoliberista: la destra degli industriali non può avallare il protezionismo dei dazi, né il Muro col Messico. Ma a sottolineare solo questo si perde di vista la continuità. Il politologo Michael Barone invita a riconoscere The Normalcy of Trump’s Republican Party. Al netto della sua personalità unica — che disgusta molti elettori di destra, ma non al punto da non votarlo — questo presidente è molto più “normale” di quanto si creda.

Per esempio, Barone ricorda che la rottura tra il Grand Old Party e la battaglia di Lincoln per i diritti dei neri cominciò già nel 1890, un quarto di secolo dopo la guerra civile. L’altra continuità è sull’isolazionismo in politica estera: se fosse stato per i repubblicani, l’America non avrebbe partecipato né alla prima né alla seconda guerra mondiale. Si può risalire ancora più indietro di quanto fa Barone: Steve Bannon, che fu il regista della campagna Trump nel 2016 prima di cadere in disgrazia (fino al recente arresto) ha paragonato Trump a uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, il settimo presidente Andrew Jackson, precursore del populismo. I media hanno memoria corta, o forse sentono il bisogno di accentuare strappi e svolte anche dove non ci sono, per amore d’iperbole. Vent’anni fa i commentatori di simpatie democratiche fecero lo stesso con George W. Bush: accusavano Junior di aver calpestato la nobile tradizione del padre, di cavalcare l’unilateralismo, di offendere gli alleati. Grazie al suo stratega elettorale Karl Rove, si disse che Bush figlio aveva stretto un patto infame con i fondamentalisti cristiani che stravolgeva la tradizione laica dei repubblicani. Ma il concetto di “maggioranza morale” e l’alleanza con i tele-predicatori evangelici come Jerry Falwell aveva già aiutato Ronald Reagan a conquistare la Casa Bianca nel 1980. Ancora prima, fu Richard Nixon con le vittorie del 1968 e del 1972 a segnare due precedenti importanti per Trump. Anzitutto Nixon fece una campagna Law and Order, a un’epoca in cui gli Stati Uniti erano sconvolti dalle proteste e la violenza cresceva in molte città. In secondo luogo Nixon inaugurò la “strategia meridionale”: portò via ai democratici il voto bianco nei loro tradizionali bastioni negli Stati del Sud.

Sul protezionismo, Reagan ha preceduto Trump, con l’unica differenza che negli anni Ottanta la minaccia era il Giappone, non la Cina. Dai dazi alle restrizioni quantitative sull’import, Reagan si conquistò le simpatie di molti operai che avevano votato democratico. I Reagan Democrats degli anni Ottanta prefigurano l’operazione che ha consentito quattro anni fa di scippare a Hillary Clinton gli Stati industriali del Midwest. Trump è sì un “corpo estraneo” (si professava democratico fino a pochi anni fa) ma per molti elettori di destra il suo messaggio suona rassicurante: anche quando disapprovano i suoi comportamenti.