Dazi, si salva il vino italiano ma non quello francese. Trump usa le tariffe per dividere e punire l’Ue

Sull’olio Roma viene «esentata», Madrid no: si tratta di un quadro a macchia di leopardo. Dietro la scelta lobby potenti e una strategia Usa più ampia

Divide et impera. Sempre alla ricerca di occasioni per punire la Ue perché per lui, sul terreno commerciale, anche i Paesi alleati sono nemici, Donald Trump ha approfittato del caso Airbus per penalizzare ulteriormente l’export europeo verso gli Usa e anche per dividere gli Stati dell’Unione. Con un occhio di riguardo per l’Italia (che non fa parte del consorzio aeronautico).

Dai complicati elenchi dei prodotti soggetti a dazio — divisi per settori merceologici e per Paesi — esce un quadro a macchia di leopardo nel quale, ad esempio, l’olio italiano si salva mentre quello spagnolo viene tassato. Salvi anche la pasta, il prosecco, che sembrava una vittima predestinata, e i vini italiani mentre quelli francesi pagheranno un dazio del 25 per cento. Come i biscotti inglesi e tedeschi (ma non il made in Italy di Ferrero e Barilla-Mulino Bianco). Salvo anche il prosciutto: i dazi colpiranno solo le carni suine cotte.

 

Parlare di sollievo italiano è fuori luogo, visto che, comunque, i dazi colpiranno 460 milioni di dollari di export agroalimentare del nostro Paese verso l’America. Molto in valore assoluto, poco rispetto ai 7,5 miliardi di dollari di export Ue che Washington è stata autorizzata a colpire dal Wto: e l’Italia è un partner commerciale di prima grandezza degli Usa.

Insieme ai salumi, a soffrire saranno soprattutto parmigiano, grana e pecorino, ma lì era difficile spuntarla perché i produttori americani di formaggi sono una lobby potente che protesta da anni per il divieto di esportare in Europa le versioni Usa del parmesan e di altri formaggi tipici delle nostre terre. E, comunque, rispetto allo spaventoso scenario iniziale — via libera del Wto a dazi fino al 100%, un raddoppio del prezzo che avrebbe ucciso questi prodotti — la tassa del 25% decisa ieri rappresenta una penalizzazione che inciderà sui consumi ma non distruggerà il mercato. Se l’è cavata, invece, la mozzarella di bufala: un po’ perché l’America non produce molto latte di bufala, un po’ per accordi commerciali tra associazioni di produttori che la nostra ambasciata aveva favorito per tempo, vedendo nuvole all’orizzonte.

Curiose le scelte americane sugli alcolici: tassano il vino francese ma non lo champagne. C’è poi un dazio su whiskey scozzesi e irlandesi che, più che una punizione per i sussidi all’Airbus, sembra una rappresaglia per la tassa sul bourbon Usa messa dall’Ue quando Trump ha imposto dazi su acciaio e alluminio europeo. Il dazio sui liquori in Italia penalizza soprattutto Campari. Che, però, salva il Grand Marnier (uno dei suoi marchi) mentre ancora non è chiaro se gli americani pagheranno una tassa sullo spritz: la gradazione alcolica dell’Aperol è border line, potrebbe essere esentato.

La «battaglia dell’Airbus», combattuta per anni, è costellata di paradossi e si conclude con un esito negativo per tutti, anche se Trump parlerà di vittoria e di lezioni impartite a Bruxelles. Il paradosso è che l’industria aeronautica, all’origine del caso, viene tassata meno di quella alimentare (10% invece del 25). Questo perché nel frattempo Airbus ha costruito uno stabilimento in Alabama e la gestione dei jet europei in servizio negli Usa dà lavoro a più di 200 mila americani. C’è anche un paradosso italiano: non solo non siamo nell’Airbus, ma già negli anni ‘80, quando l’allora Aeritalia del gruppo Iri convinse i politici della Prima Repubblica a scegliere gli americani di Boeing e McDonnell-Douglas come partner al posto di Airbus, lo fece spiegando che il consorzio, già allora sovvenzionato dai governi, prima o poi sarebbe stato messo sotto accusa da Washington.

Il governo Usa oggi canta vittoria dopo una battaglia legale di 15 anni. In realtà nessuno esce davvero vincitore da questa vicenda: sommandosi agli effetti negativi della guerra commerciale Usa-Cina, i dazi per l’Europa mettono altra sabbia negli ingranaggi del commercio internazionale, frenando tutte le economie.Penalizzano le imprese europee, ma vengono di fatto pagati dai consumatori americani mentre anche il sistema Usa sta rallentando in modo preoccupante. Tra 9 mesi, poi, quando il Wto autorizzerà le sanzioni contro l’America per i sussidi alla Boeing, sarà la volta della rappresaglia europea. Sempre a base di sovrattasse deprimenti. A meno che nel frattempo Trump, sbandierata una vittoria d’immagine, non si metta a negoziare con l’Europa. Magari sospendendo (come ha già fatto con la Cina) l’attuazione delle sanzioni previste operative dal 18 ottobre