Dalle lezioni alle gite, il nervosismo dei presidi «Adesso ci dicano cosa dobbiamo fare»

«Un genitore mi ha chiesto di certificare e garantire la sicurezza fisica di suo figlio nel viaggio di istruzione che sta per fare a Lisbona con la nostra scuola. Che gli rispondo?». «Che vada dall’astrologo», le scrivono scherzando i colleghi nella chat che raccoglie centinaia di presidi, e che in questi giorni sta esplodendo per l’allarme coronavirus. Per quanto dal ministero dell’Istruzione assicurino che la situazione è sotto controllo, i dirigenti, pressati dalle richieste e dalle segnalazioni più assurde, faticano a mantenere la lucidità che il presidente dei presidi, Antonello Giannelli, invoca: «È più che mai necessaria nelle situazioni di criticità».

Ma quanto le novità della circolare semplificano i loro compiti? «È un deciso miglioramento — dice Giannelli — perché il monitoraggio viene sottratto al personale scolastico e affidato alle famiglie, che possono decidere la permanenza volontaria fiduciaria a casa dei ragazzi interessati». Poi la richiesta al ministero dell’Istruzione: «L’aggiornamento delle misure precauzionali prevede che dirami a nuove istruzioni alle scuole». Mario Rusconi, presidente dei presidi del Lazio, è critico: «La certezza che le famiglie si facciano avanti non c’è. Il nostro ufficio scolastico regionale giorni fa ha chiesto alle famiglie di indicare viaggi recenti della famiglia in Cina, ma non sempre ci sono state risposte precise. Perché il ministero dell’Interno non chiede gli elenchi di chi ha avuto il visto per la Cina? Così le scuole sarebbero esonerate da un’ennesima responsabilità».

Il nervosismo è palese. Per quanto docenti e collaboratori siano abituati a trattare casi di pediculosi, epatiti, virus influenzali, stavolta la faccenda è diversa. E comincia ad avere ripercussioni sulla vita scolastica. La scheda Arduino, fondamentale per un progetto di robotica in cui sono coinvolte molte scuole superiori, è fatta di componenti che arrivano normalmente dalla Cina, ma che ora sono bloccati.

I viaggi di istruzione sono programmati in Paesi non a rischio, ma non è detto che il clima di paura non possa spingere i genitori a considerarli con sospetto. «Noi stiamo già invitando sui social i genitori a tenere i figli a casa in caso di sintomi influenzali, per la serenità di tutti», dice Rosaria D’Anna presidente dell’associazione Genitori. «Non facciamo allarmismi, cerchiamo di diffondere una cultura della prevenzione».

Meglio allora far stare a casa chi è a rischio, con tanto di giustificazione? «Penso di sì — spiega Fulvio Gandolfi, 44 anni, padre di due studenti di 11 e 10 anni —. Io gestisco un albergo in centro a Roma e ho clienti italiani che chiamano per assicurarsi che non abbiamo ospiti cinesi. Assurdo, ma è evidente che la psicosi c’è. Quindi meglio anche per gli studenti stare a casa e non rischiare il linciaggio». Perché insieme alla paura arrivano le discriminazioni, inutile negarlo. Jie, 11 anni, confida:«Mi dicono cose brutte. Ma io glielo dico che in Cina non ci sono mai stato».