Dalle ceneri della pandemia sorgerà una nuova globalizzazione

Il nuovo libro di Parag Khanna e una risposta all'analisi di Galli della Loggia 

Regioni-network e città-stato, isole di sovranità connesse le une con le altre: il virus ha cambiato il rapporto con lo spazio ma non ha arrestato il processo di interconnessione globale, che si fa sempre più digitale

Crisi, pandemie e shock sistemici, da sempre, producono negli analisti la forte, quasi irresistibile, tentazione di darsi al vaticinio semi-oracolare, assai spesso con risultati superati dalla realtà dei fatti nell’arco di pochissimi anni. La tensione da tempi ultimi di qualunque grave rimescolamento delle carte da gioco rende palese la vertigine di speculazione intellettuale in cui al vero e al verosimile si somma, in una non felice sintesi, l’auspicato, il desiderato o il voluto. Ed è per questo che, statisticamente, più è irruenta e pervasiva la crisi che si espande ad avviluppare il mondo, più sarà probabile trovare nelle analisi proposte la parola ‘fine’.

Fine della storia, propose Francis Fukuyama, con una affrettata lettura post-hegeliana intrisa di Alexandre Kojève degli eventi seguiti la caduta del Muro di Berlino, scambiando però la parte con il tutto: la fine del blocco comunista, nel caso di specie, sembrò aver fatto rilucere lungo la linea d’orizzonte la sola stella del liberalismo e del capitalismo, senza avvedersi però che oltre il digradare della prima collina ancora allignavano nazionalismi, faide tribali, protezionismo economico, rinascita di piccole patrie.

Fine dello stato-nazione, scrisse negli anni novanta Kenichi Ohmae, la cui analisi, va rilevato con onestà intellettuale, più che incentrarsi sull’effettivo tramonto dello stato puntava a mettere in luce l’emergente micro e macro-regionalismo platetario, con aree avvinte da invisibili legami di interesse economico e l’ascesa, in nuce, delle prime città-stato, come Singapore, su cui anni dopo sarebbe tornato Parag Khanna con il suo ‘La rinascita delle città-Stato’, o l’Allen J. Scott de ‘Le Regioni nell’economia mondiale’, a confermare che Ohmae aveva visto lungo e che al tempo stesso non aveva davvero pronosticato la fine di qualcosa, quanto piuttosto la sua trasformazione.

Fine dei territori, rilevò, nel generale quadro del disordine internazionale, Bertrand Badie a metà degli anni novanta, riprendendo la grande, storica dicotomia tra territorio e spazio, con la prevalenza del secondo sospinto dai fenomeni di deterritorializzazione e transnazionalizzazione degli elementi economici, politici, culturali.

La pandemia non poteva costituire eccezione: troppo violento, troppo radicale, l’impatto di una chiusura quasi totale dei confini, la riemersione dopo anni di viaggi, flussi economici, libero mercato e libera circolazione di mezzi, servizi e persone, di misure di distanziamento sociale, di confini, di dogane, di profilassi. Per questo ho letto con interesse l’analisi proposta di recente da Galli della Loggia sulle pagine del Corriere della Sera, il cui estremo sunto potrebbe essere ridotto alla prossima fine della globalizzazione per come la conosciamo e alla rinascenza della forma istituzionale dello stato nazionale e della sovranità.

La difficoltà di approvvigionamenti logistici e di materie, nel cuore della pandemia, ha reso evidente come la produzione a chilometro zero sia strategicamente consigliabile, in una certa misura. Un punto, questo, ripreso proprio sulle pagine de Il Foglio da Stefano Cingolani, in una attenta e acuta analisi del fenomeno del reshoring, ovvero il contrario dell’off-shoring: il ritorno ‘a casa’ delle linee di produzione e delle aziende. Ma tutto questo significa davvero fine della globalizzazione? Sconfitta del libero mercato e ritorno ad una dimensione incastellata di confini e barriere e piccole patrie statali?

Sulla ipotetica fine della globalizzazione a causa del coronavirus si sono interrogati dalle pagine di Foreign Affairs, già nel marzo 2020, Henry Farrell e Abraham Newman, quando nessuno aveva davvero idea della virulenza globale del virus e dei suoi effetti prospettici: la conclusione è che la globalizzazione non ha fallito né che si sarebbe avviata a consunzione e morte, ma semplicemente, anche se semplice la spiegazione non è, che la globalizzazione essendo strutturalmente fragile e non del tutto armonica sarebbe geneticamente mutata sotto le spinte adottate dai vari governi per contrastare la diffusione del contagio.

Sul fatto che la pandemia abbia o possa aver messo in crisi il sempre delicato ordine internazionale, come nota Galli della Loggia, non nutro dubbio alcuno. Ma l’ordine internazionale è ontologicamente votato alla iper-frammentazione, tanto che negli anni settanta Hedley Bull dava alle stampe ‘La società anarchica’, inferendo la consistenza anarchica e ad arcipelago dell’ordine internazionale stesso. La pandemia, in questa prospettiva, può aver accelerato elementi che già covavano sotto la brace, ma non ha determinato fenomeni ex novo.

La migliore, sia pur involontaria, risposta alla analisi di Galli della Loggia ci arriva, proprio per questo, dalle pagine de ‘Il movimento del mondo’, il nuovo libro di Parag Khanna uscito proprio in questi giorni per Fazi: un volume il cui prologo si apre con il tragico paradosso rappresentato dall’infuriare di una pandemia che ci ha recluso in casa, limitato negli spostamenti e nella socialità e che pure ha accelerato alcuni percorsi di interconnessione e di globalizzazione, appunto.

Non possiamo prescindere, quando analizziamo il ventre caotico e magmatico della globalizzazione, dell’interrogarci su quelle reti, su quelle invisibili linee di connessione di interessi economici, di affinità culturali, di convenienze politiche; esse rappresentano l’architettura portante, l’ossatura del mondo globale il quale, lungi dall’assistere al ritorno degli stati nazionali, si segmenta e distingue in aree, sotto-aree, network, hub. E’ la geopolitica delle diaspore, dice Khanna, con flussi di migranti spesso altamente scolarizzati e che si muovono legati dalle interconnessioni tecnologiche, i quali costituicono comunità culturali destinate a embricare e ibridare sia il paese che li riceve sia quello di ritorno. E se la pandemia ha propiziato i ritorni a casa anche degli individui, questo processo di ibridazione culturale e politica ha subito una accelerazione.

Riprendendo spunti già elaborati in ‘Connectography’ e riflettendo sul modo in cui la pandemia ha alterato il flusso inevitabile della storia (‘migrare è il destino’, scrive nella prima parte del volume), Khanna rileva la centralità dell’alta tecnologia, un punto questo che mi sembra nella analisi di Galli della Loggia sia rimasto assente o comunque in penombra: molto spesso l’intelaiatura del nuovo globale è fatta di silicio e di scambi digitali, impercettibili ai più ma che sono proseguiti, e anzi intensificati, anche e soprattutto nei mesi più duri del lockdown.

La globalizzazione, a ben vedere, non solo non si è fermata ma si è ancora più ammantata del silicio dell’alta tecnologia, segnando delle nuove vie da percorrere: la ricerca della sicurezza che sempre segue un grande shock globale porta gli individui a guardarsi attorno e a cercare una meta che possa offrire quella sicurezza.

Non c’è alcun dubbio, in questo senso, come la fisionomia della grande convergenza tecnologica, per dirla alla Richard Baldwin, esca ancora più radicalizzata dall’irruzione della pandemia sul palcoscenico della storia: molte attività non devono essere più delocalizzate, molti viaggi di affari possono essere sostituiti da una call digitale, in alcuni casi lo smart-working finisce con il sostituire la presenza fisica di una struttura aziendale.

Il detentore dei mezzi digitali di produzione, lo abbiamo visto bene, finisce con l’avere un potere superiore a quello di un governo nazionale. Per accedere a questo segmento digitale del mercato del lavoro o della produzione è necessario trovarsi in quella parte del mondo che si sia più altamente e consapevolmente digitalizzata. In questo senso, nascono isole di sovranità digitale in cui al confine fisico, territoriale, si sostituisce la appartenenza al medesimo eco-sistema produttivo e culturale, il quale assai spesso è privato e non pubblico, è una società, una azienda, una impresa, e non uno stato.

La risultante di questo percorso non è e non può essere la rinascenza dello stato-nazione: da un lato abbiamo “stati in disfacimento”, come li chiama Khanna, con un sud del mondo pronto ad esplodere e a liquefarsi sotto il peso di quelle linee di connessione che sembrano volerlo escludere. I flussi migratori si interconnetteranno agli hub che maggiormente vengono percepiti come fonte di sicurezza sociale e di sopravvivenza, aspetto questo che vale sia per l’immigrazione altamente qualificata sia per quella molto poco qualificata.

Soprattutto, e dall’altro lato, come ha dimostrato proprio la pandemia, non è lo stato ad averci dato i vaccini: lo stato anzi, perso nelle sue procedure, ha rallentato spesso anche la logistica, la quale ne è risultata carente e deficitaria, ingabbiata come è dentro l’ossificazione burocratica. Nè lo stato può essere considerato artefice della tenuta di molti servizi pubblici, anche essenziali, che nei fatti sono stati fattualmente esternalizzati a grandi soggetti privati, come avvenuto ad esempio per l’istruzione o il lavoro online.

La globalizzazione, anche quella digitale, e il libero mercato possono aver senza dubbio aumentato alcune disuguaglianze ma hanno, al tempo stesso, innalzato il livello della qualità della vita e soprattutto hanno permesso di tornare a sperare: speranza di avere una chance se non nel proprio locale in un altro territorio, dove trasferirsi in cerca di opportunità.

In questa chiave di lettura diventa più plausibile sostenere che allo stato-nazione si sostituiranno frammenti di sovranità in competizione tra loro, un autentico libero mercato delle sovranità a cui aderire volontariamente seguendo le proprie attitudini e la propria ricerca: i network e le città-hub che si saranno maggiormente dotati di interconnessioni con i fattori della produzione digitale si renderanno attrattori di talenti e attitudini, e saranno questi network gli equivalenti funzionali degli stati nello spazio nuovo della globalizzazione post-pandemica, in cui la cittadinanza sarà sostituita dal contratto di lavoro e dalla adesione a un progetto complessivo.

La stessa Cina, vista e concepita come una aggressivo monolite statolatrico in termini di stato-nazione, è qualcosa di molto più simile a ciò che di recente Christopher Coker ha definito “stato-civiltà”, ovvero uno stato che si percepisce come investito da una missione valoriale opposta rispetto a quella dell’universalismo liberale e occidentale. Ma la stessa Cina in fondo sta sperimentando diffuso malessere, frantumazione sociale, e i primi scontri con i network concorrenziali aggregati per interessi: come avviene in Africa, dove le associazioni di commercianti, in Senegal ad esempio, hanno iniziato a reagire contro la colonizzazione di piccoli negozi cinesi e dove l’Alta Corte, in Kenya, ha fermato lo sviluppo infrastrutturale della Via della seta, o in una Hong Kong sempre più in fiamme e lacerata nel nome della libertà.

La nuova globalizzazione post-pandemica renderà più concorrenziale e competitivo l’apparentemente piccolo, proprio in funzione della potenza rappresentata dagli snodi connettivi e dalla interconnettività tecnologica. Questo importerà la segmentazione degli stati in varie, distinte, isole di sovranità, in regioni e micro-regioni connesse le une con le altre e che in certa misura saranno destinate a replicare il paradosso della globalizzazione post-pandemica: chiusura selettiva in funzione di protezione, dal punto di vista fisico, come avviene in quelle che Khanna definisce città-stato, alla Singapore, o isole-Fortezza, come la Nuova Zelanda, ma ripresa accelerata della circolazione delle informazioni, della produzione digitale, dei flussi finanziari, dei talenti. Una globalizzazione digitale e nuova appunto che rappresenta nei fatti la manifestazione palese della eccedenza della figura istituzionale dello stato classico e la necessità della sua sostituzione con qualcosa di più agile, snello e reattivo.