Dalla Siria a Hong Kong, le questioni aperte con la Santa Sede

La prima cosa che Mike Pompeo vedrà, nell’avvicinarsi a San Pietro, sarà il monumento al Migrante che il Papa ha inaugurato domenica in piazza, quasi l’immagine della distanza tra l’amministrazione Trump e il pontificato di Francesco. Ma il dialogo non si interrompe mai, tra Stati Uniti e Vaticano sarebbe peraltro impensabile. Così l’udienza privata di Francesco al Segretario di Stato Usa, prevista giovedì mattina, sarà importante per approfondire le questioni che uniscono e chiarirsi, per quanto possibile, sui (diversi) temi che dividono. Mike Pompeo, cattolico e come Francesco discendente di migranti italiani (arriva in Italia oggi e nel suo programma di incontri, dal presidente Mattarella al governo, troverà anche il tempo di visitare il paese dei bisnonni in Abruzzo), giocherà anzitutto le sue carte diplomatiche.

Preparata dalle ambasciate, l’udienza è pensata come un dialogo intorno alla libertà religiosa e alla persecuzione dei cristiani. Alla vigilia del summit internazionale sul tema, organizzato l’anno scorso a Washington dal Dipartimento di Stato, Pompeo si fece intervistare dal portale Vatican News della Santa Sede, «pensiamo che Papa Francesco e la Chiesa Cattolica abbiano un ruolo centrale nella promozione della libertà religiosa». D’altra parte non è certo un mistero che i maggiori attacchi al pontificato di Francesco siano arrivati, in questi anni, proprio dagli Stati Uniti e in particolare dalla galassia dell’estrema destra, cattolica e non. Nel volo che lo portava in Mozambico, all’inizio di settembre, il Papa era stato lapidario: «Per me è un onore che mi attacchino». E alla domanda su un rischio di scisma, di ritorno a Roma, aveva spiegato tranquillo ai giornalisti di pregare che non ci fosse ma di non averne paura, «nella storia della Chiesa ce ne sono stati tanti, di scismi». Diverse cose danno fastidio, nel magistero di Bergoglio: a cominciare dalla Chiesa «povera e per i poveri», le critiche all’«economia che uccide», la condanna del traffico di armi o la difesa del creato e la denuncia della crisi ambientale culminata nel Sinodo sull’Amazzonia che comincia domenica. Fin dall’inizio, poi, l’amministrazione americana ha guardato con sospetto al dialogo tra Vaticano e Cina e all’«accordo provvisorio» sulla nomina dei vescovi. È chiaro, inoltre, che gli Usa speravano che il Vaticano prendesse posizione sulle proteste a Hong Kong. Una preoccupazione politica e attuale, mentre la prudenza diplomatica della Chiesa si spiega con una preoccupazione pastorale e si misura con la storia: la Cina e il suo popolo come «futuro della Chiesa», un dialogo iniziato dai confratelli di Bergoglio, i missionari gesuiti, più di quattro secoli fa. E poi c’è il Medio Oriente e in particolare la Siria: la Santa Sede non si è schierata tra Usa e Russia e anzi ha denunciato la «guerra per procura» delle superpotenze sulla pelle dei civili. Francesco denuncia i rischi di una «terza guerra mondiale a pezzi», a novembre visiterà Hiroshima e Nagasaki, la situazione generale evoca una nuova «guerra fredda» e preoccupa il Papa. Vale per l’Iran come per il il Venezuela, al centro delle attenzioni vaticane: il Segretario di Stato Parolin era nunzio a Caracas, il Sostituto Peña Parra è venezuelano. Di tutto questo, Francesco ha già parlato nel 2017 a Trump e tre mesi fa a Putin. Multilateralismo, dialogo. Senza farsi scoraggiare dalle distanze, ama ripetere Bergoglio: «Bisogna cercare le porte che almeno sono un po’ aperte, parlare di cose comuni. Andare avanti, passo passo. La pace è artigianale, si fa ogni giorno».