Dai decessi alle terapie intensive ecco cosa dicono (davvero) i numeri

La media dei decessi si alza a 82 anni. Perché non si è fatto nulla per metterli al sicuro anziché rinchiudere tutti in casa. Ecco la verità su tamponi e terapie intensive

Il vocabolario ha una sua importanza altrimenti si rischia di generare malintesi. E i malintesi portano spesso all’ignoranza. Accanto alla guerra sanitaria per sconfiggere il Covid-19, è in corso uno scontro politico. Da una parte, dicono, ci sono i “catastrofisti”, quelli che vedono nero, che vedono nel lockdown la soluzione principe per cavarsi fuori da ogni impiccio; dall’altra ci sono i “negazionisti”, quelli che chiedono una diversa narrazione della pandemia, che leggono i numeri per quelli che sono (e cioè molto meno drammatici di quanto vengono pubblicizzati).Questi ultimi hanno la peggio sui quotidiani e nei talk show, vengono (erroneamente) equiparati ai no mask e tacciati di andare in giro a dire che il virus non esiste. Niente di più falso. Per i primi, visto che la dicitura “catastrofisti” non era troppo lusinghiera, è stata forgiata una categoria ad hoc, più coscienziosa: “rigoristi”. Ma anche questa è un espediente mediatico con un chiaro disegno volto a influenzare l’ascoltatore.

Lo scontro (politico) sull’emergenza

“Io ho passato mesi a chiedere di attrezzarci e, soprattutto, a dire alla gente che questa è un’infezione che si può gestire a casa. Non è stato fatto. Si è detto alle persone che questo era un virus devastante, che dà complicazioni e che finiranno tutti intubati e così, non appena qualcuno ha un sintomo, corre in ospedale per farsi curare. Quello che è passato è che noi abbiamo lasciato a casa la gente a morire, ma non è vero”. Sin dall’inizio di questa epidemia il professor Matteo Bassetti ha combattuto affinché il coronavirus venisse spiegato agli italiani senza drammatizzare la situazione. E per questo è stato più volte accusato di essere un “negazionista”. “Ho ricevuto attacchi personali, contro la mia persona e la mia famiglia – ha raccontato al Giornale.it – nell’ultima settimana una certa stampa mi ha ammazzato. Quando finirà tutto questo, farò le mie riflessioni…”. Non è certo l’unico a combattere affinché l’informazione non sia sbilanciata a favore di chi vuole drammatizzare l’epidemia. E tutti sono finiti alla gogna. Basti pensare cosa ha dovuto passare il professor Alberto Zangrillo dopo che quest’estate ha fatto notare che il virus era “clinicamente morto” perché i ricoveri si contavano ormai sulla punta di una mano. In una intervista al Giornale.it Maria Rita Gismondo spiegava che la visione di qualsiasi aspetto della vita è “sempre filtrata dal nostro modo di essere”. “Ci sono pessimisti ed ottimisti – consigliava – bisogna cercare di non cedere ed essere obiettivi”. Per esserlo, in modo da evitare uno scontro che non porta a nulla, proviamo a dare un’occhiata ai numeri.

I (veri) dati sui decessi

Partiamo dall’età media dei decessi. Se a marzo questa si attestava intorno agli 80 anni, l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità la rivede leggermente alzandola a 82 anni. “Al 4 ottobre 2020 sono 407, dei 36.008 (1,1%), i pazienti deceduti SARS-CoV-2 positivi di età inferiore ai 50 anni”. Un dato importante che avrebbe dovuto suggerire sin dall’inizio che bisognava concentrarsi sulla protezione dei soggetti più fragili. Soggetti che il Sistema sanitario nazionale aveva già in cura per altre patologie. “Complessivamente – si legge nel report dell’Iss – il 3,6% del campione presentava zero patologie, il 13,6% presentava una patologia, il 19,9% presentava due patologie e il 62,9% presentava tre o più patologie”. È su questa fascia di popolazione che il governo dovrebbe concentrarsi e fare di tutto per metterli in un a “bolla” al riparo dal contagio. In queste settimane, come ha spiegato al Giornale.it il presidente della Società italiana di virologia, Arnaldo Caruso, ci si sta concentrando sul stiamo tracciamento degli infetti, molti dei quali sono asintomatici e quindi non vengono ricoverati in ospedale. Una situazione probabilmente analoga a quella che avremmo trovato se ci fossimo messi a fare tamponi a tappeto a gennaio e a febbraio. “Se avessimo fatto una ricerca sul territorio – ci spiegava Caruso – avremmo trovato quello che c’è oggi, ovvero una buona percentuale che tende a salire nel tempo”. Nei prossimi giorni, è la sua previsione, la curva esponenziale di diffusione sarà destinata a salire. “E da quel momento in poi arriverà a colpire tutti, anche i più deboli”.

Il (mancato) tracciamento dei positivi

A differenza dello scorso inverno, quando il coronavirus ha colto l’Italia e il mondo intero di sorpresa, il governo avrebbe avuto tutto il tempo necessario per farsi trovare pronto a parare questa nuova ondata. “La strategia per contrastare la seconda ondata non può essere la stessa adottata in primavera, l’Italia è in una situazione diversa rispetto a quella di marzo, anche se questa situazione si sta rivelando molto critica”, ha spiegato il premier Giuseppe Conte illustrando alla Camera le misure adottate nell’ultimo Dpcm. “Le scelte compiute fino ad oggi – ha poi continuato – ci consentono di evitare chiusure generalizzate e diffuse sul tutto il territorio nazionale”. Non la pensano così i 250 accademici che fanno parte di Lettera150. Tra questi c’è anche Andrea Crisanti, il microbiologo che ha affrontato, al fianco del governatore Luca Zaia, l’emergenza Covid in Veneto. A fine agosto aveva presentato al governo un piano che prevedeva il “tracciamento automatico di tutti gli appartenenti agli ambienti di vita dei positivi” e “tamponi diffusi, fino a 400mila al giorno se necessario, per spegnere sul nascere i focolai”. È rimasto lettera morta, probabilmente chiuso in un cassetto.

La condizione della terapie intensive

“Ora a distanza di quasi tre mesi vengono emanati nuovi decreti del presidente del consiglio, destinati ad impattare sulla nostra qualità della vita e sulle nostre attività lavorative”, ha denunciato Crisanti criticando apertamente l’esecutivo. “Ancora una volta si persiste nell’errore di non chiedersi come, ridotto il contagio con misure progressivamente restrittive, si faccia a mantenerlo a livelli bassi. La mancata risposta a questa domanda ci condannerà a una altalena di misure restrittive e ripresa di normalità che avrà effetti disastrosi sull’economia, l’educazione e la vita di relazione”. Ancora una volta i numeri ci aiutano a porci delle domande: perché in agosto, quando i contagi da tracciare erano pochi e si poteva più facilmente risalire a tutti i contatti stretti, ci si limitava a fare sì e no 50mila tamponi al giorno? È vero che negli ultimi giorni abbiamo avuto un’esplosione di nuovi casi, ma è anche vero che abbiamo più che triplicato il numero dei test. L’altro ieri, tanto per intenderci, ne abbiamo fatti 177mila. Lo scorso 27 marzo, quando si toccarono 6mila contagiati e quasi mille morti, facevamo sì e no 33mila tamponi. Un abisso che non permette di confrontare le due situazione. Anche l’allarmismo sulle terapie intensive non sembra giustificato. Il viceministro Pierpaolo Sileri ha fissato il punto di non ritorno a 2.500 letti occupati. Ma quanti sono in totale i posti letto? Prima della pandemia se ne contavano 5.179 ma in seguito al decreto Rilancio c’è stata una spinta ad aumentarli. L’obiettivo è di arrivare già nei prossimi mesi a 8.732. Per ora, però, i medici possono contare su 6.628 posti. “Ad oggi quelli quelli già occupati sono circa il 15%”, si legge nel report settimanale del commissario straordinario Domenico Arcuri. “Questa percentuale scende all’11% – si sottolinea nel report – con gli ulteriori 1.660 posti letto attivabili con i ventilatori già distribuiti alle Regioni”.

Un’emergenza evitabile?

Se durante la prima fase della pandemia ci siamo fatti trovare impreparati anche per colpa dei ritardi del governo cinese e dell’Oms, ora il governo Conte avrebbe avuto tutte le carte in regola per tentare di parare il colpo. Così non è stato. Da settimane assistiamo a una chiamata alle armi che ci fa ripiombare a sei mesi fa. Si è partiti con il coprifuoco e già si parla di lockdown. Il messaggio che trapela è il seguente: preparatevi a passare un Natale da reclusi. La sensazione, come documentato da Crisanti, è che il premier non abbia altre carte da giocarsi. Ancora una volta le misure restrittive andranno a sopperire all’incapacità di gestire l’emergenza. Un’emergenza che, è bene ricordarlo all’infinito, era già scritta. Perché, per esempio, non si è corsi per tempo ad assumere medici e infermieri per far fronte alla seconda ondata? Perché non si è fatta incetta di vaccini antinfluenzali in modo da evitare che i malanni di stagione non vengano scambiati per Covid? E ancora: perché non sono stati tracciati i positivi quando era ancor più utile farlo? Perché non è stato implementato il protocollo di cura domiciliare, come richiesto da moltissimi medici clinici ospedalieri? Viene quasi il sospetto che un certo allarmismo venga usato per coprire le mancanze di un esecutivo all’ultima spiaggia.