Da Parigi a Brooklyn: quei vescovi in difesa delle chiese “aperte per Covid”

Mons. DiMarzio, vescovo di Brooklyn (New York, Usa), ha presentato ricorso alla Corte Suprema contro le restrizioni al culto decise dalle autorità newyorkesi

Da Parigi a Brooklyn quei vescovi in difesa delle chiese aperte per Covid

Le messe aperte continuano in Italia a dispetto delle nuove restrizioni Covid”. Venerdì 6 novembre i siti Usa erano tutti e solo sulla volata elettorale fra Biden e Trump, ma la Cns, l’agenzia dei vescovi statunitensi, ha fatto un titolo portante sulle chiese cattoliche aperte nell’Italia del lockdown 2. Non ha quindi sorpreso che, una settimana dopo – l’altroieri – sulla stessa home campeggiasse questo titolo: “La diocesi di Brooklyn si rivolge alla Corte Suprema per le restrizioni al culto indoor”.  Il giorno prima il Consiglio di Stato francese aveva respinto un ricorso analogo presentato dalla Conferenza episcopale transalpina contro le misure di reconfinement decise dal presidente Macron.

Il vescovo Nicholas DiMarzio ha presentato ricorso urgente alla più alta magistratura degli Stati Uniti contro un’ordinanza di Andrew Cuomo, governatore (democratico) dello Stato di New York. Per contrastare la seconda ondata Covid, Cuomo ha imposto restrizioni anche ai culti in house: non più di 10 persone nelle zone rosse, non più di 25 in quelle arancioni, al massimo metà della capienza in quelle gialle. La città di New York – di cui Brooklyn è uno dei 5 boroughs – è di nuovo in allerta massima: il sindaco (dem) Bill de Blasio ha preavvertito i cittadini che da domani potrebbe scattare un nuovo lockdown totale delle attività “in presenza” per il sistema scolastico municipale, il più grande di tutti gli States.

La diocesi di Brooklyn contesta le restrizioni sul terreno della libertà religiosa, tutelata dal Primo emendamento della Costituzione. L’azione legale giunge al massimo livello giudiziario dopo due step infruttuosi. All’inizio di ottobre un giudice distrettuale ha respinto l’istanza sulla base di precedenti pronunce della Corta Suprema, riconoscendo “l’ampiezza dei poteri dei governo nel gestire epidemie di malattie mortali”. Il no a Brooklyn è stato confermato pochi giorni dopo da una corte d’appello.

La chiesa cattolica di Brooklyn insiste ora nella sua petizione, sostenendo l’autoriduzione volontaria al 25% della capacità in vigore in tutte le proprie chiese parrocchiali e nel rispetto stretto di tutte le guidelines sociosanitarie (obbligo di mascherina, distanziamento, etc.). Nessun focolaio o altra situazione significativa si sono creati attorno alle chiese o alle scuole parrocchiali della diocesi, alcune delle quali in “zona rossa”.

Il nuovo ricorso fa riferimento – con richiesta procedurale di valutazione di possibile errore – a una pronuncia della Corte Suprema dello scorso maggio, durante il primo lockdown. A opporsi alle limitazioni di culto è stata allora una chiesa pentecostale californiana e il verdetto fu sfavorevole (con un no di stretta misura: 5 contro 4). Allora faceva ancora parte della Corte Ruth Bader Ginsburg, giudice israelita laica e liberal, scomparsa lo scorso settembre e ora già sostituita da Amy Coney Barrett, cattolica, terza justice designata dal presidente Donald Trump.

Il ricorso del vescovo DiMarzio è stato affidato per competenza territoriale al giudice Stephen Breyer: un veterano della Corte, nominato da Bill Clinton nel 1994. Breyer, israelita e harvardiano, è un giurista convintamente liberal: la sua dottrina Active Liberty è radicata nella convinzione che i Costituenti nel ‘700 avessero come stella polare la creazione di una democrazia che garantisse “il massimo della libertà per tutti i cittadini”.

La Corte è attesa a un pronuncia sul “dossier Brooklyn” il 18 novembre. Il caso si presenta sensibile su molti fronti: non solo per il merito della questione, la libertà di culto in tempi di pandemia.

Si tratterà della una delle prima pronunce di prevedibile risonanza da parte della “nuova” Corte Suprema: quella che – secondo i media liberal – sarebbe oggi strutturalmente sbilanciata “6 contro 3” a favore dei justice di nomina repubblicana: ritenuti a priori compattamente “conservatori”, soprattutto sui terreni cruciali dei diritti civili. Ma la stessa natura di “diritto civile” è oggi sottoposta a una vaglio sempre più drammatico sotto la pressione egemonica dell’ideologia politically correct: in base alla quale il “diritto alla messa” (un momento di identità religiosa radicato nel passato profondo europeo) potrebbe non essere più riconosciuto come tale dalla cancel culture arrembante nella East Coast americana. In gioco – esattamente come a Parigi – vi è la definizione aggiornata dell’autorità politico-tecnocratica di uno Stato laico su ogni libertà civile individuale, a cominciare da quella religiosa: e molte carte – anche nel mazzo sul tavolo della Corte Suprema – sono in evidente fase di rimescolamento. Né è facile valutare l’iniziativa di DiMarzio con possibili categorie sociopolitiche.

La sua istanza giunge alla Corte Suprema nel pieno di una complicatissima transizione alla Casa Bianca: mettendo sulla graticola le politiche di contrasto al Covid, che hanno fortemente condizionato il voto del 3 novembre. La resistenza elettorale dei repubblicani trumpiani – simmetrica alla mancata “onda blu” pro-Biden – è stata in parte legata alle forti correnti no-lockdown (altrimenti dette “negazioniste”) presenti in tutti gli Stati e in tutti gli ambiti socio-economici degli Usa. I sondaggi a cavallo del voto hanno rilevato le preoccupazioni per il futuro dell’economia e dell’occupazione come priorità nette per gli elettori rispetto ai timori sanitari stretti. Non è affatto certo l’atteggiamento “emergenziale” tenuto da Biden in contrasto tattico con il “negazionismo” di Trump gli abbia portati gli extra-voti decisivi (ha contato molto di più il migliore sfruttamento da parte dei dem della canalizzazione d’emergenza del voto postale).

L’ordinanza restrittiva contestata dalla diocesi di Brooklyn è stata non a caso emessa da un notabile dem come Cuomo, incidendo principalmente sulla città di de Blasio; lo Stato di New York, come nel 2016, ha votato contro il newyorchese Trump. E la Grande Mela, in particolare, ha confermato la sua tradizione dem: rinnovando fra l’altro come rappresentante del Bronx Alexandria Ocasio-Cortez, stella nascente dell’ala radicale del partito.

Attorno al “file Brooklyn” sembra esserci anche questo: l’atterraggio alla Casa Bianca di un presidente nominalmente cattolico (il secondo dopo Kennedy in 244 anni) e non privo di ambiguità politiche nel suo “centrismo” (non erano stati diversi gli otto anni di Obama, di cui Biden è stato vice). C’è uno specifico versante cattolico: la nota “non opposizione” del neopresidente a normative abortiste pro-choice. Ma i dossier socio-economici – sul terreno cruciale della lotta alle diseguaglianze – si profilano di peso estremo per un Biden stretto fra 71 milioni di elettori trumpiani e decine di milioni di elettori dem radicali.

I “nuovi socialisti” d’Oltre Atlantico – nipoti di Bernie Sanders e compagni di corteo di “AOC” – vogliono far pesare la loro fondamentale intransingenza anti-ricchi: anzitutto con una nuova politica fiscale punitiva di grandi patrimoni e grandi redditi. In concreto un primo esito si è già potuto osservare proprio nel Bronx, a pochi passi da Brooklyn. Qui il progetto di secondo quartier generale di Amazon – con 45mila nuovi jobs previsti – è stato respinto dalle campagne dem radicali contro benefici fiscali ritenuti eccessivi a Jeff Bezos (ufficialmente dem, padrone del Washington Post). Di Blasio e Cuomo erano favorevoli: AOC contro. Niente “favori ai ricchi”: ma neppure nuovi posti di lavoro a New York, che nel post-Covid avrebbero avuto valore doppio.

Attorno alle parrocchie di Brooklyn – forse – c’è in gioco più di una messa. Forse anche a Parigi. E anche a Londra, dove il cardinale Vincent Nichols ha accettato a nome dei vescovi britannici il nuovo lockdown imposto dal gabinetto Johnson, non senza una netta critica al divieto stretto di “preghiera comunitaria”. “Comprendiamo la difficoltà delle decisioni del governo – ha detto – ma non vediamo evidenza alcuna di come il bando al culto comunitario sia di beneficio alla lotta al virus”.