Cura per Covid da fare a casa, il protocollo rinnovato del Ministero per le cure domiciliari

La gestione del paziente sintomatico e asintomatico secondo le ultime evidenze scientifiche: no a cortisone, antibiotici ed eparina, sì a paracetamolo e FANS. La saturazione dell’ossigeno da segnalare se scende sotto il 92%

Il ministero della Salute ha aggiornato con una nuova circolare le linee guida per le cure domiciliari dei pazienti Covid. Il documento, firmato dal direttore della Prevenzione del ministero, Gianni Rezza, sostituisce la circolare precedente che risale al 30 novembre e fa chiarezza dopo le polemiche che hanno contrapposto alcuni medici e hanno portato a vari ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato in merito a quali misure e farmaci si dovessero adottare con i pazienti, nelle prima fasi dell’infezione da coronavirus.

La cura da fare a casa: le indicazioni per paracetamolo e FANS

La nuova circolare riguarda i soggetti a domicilio asintomatici o paucisintomatici e la cosiddetta «vigile attesa», una «sorveglianza clinica attiva», che deve essere attuata con costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri. I primi interventi prevedono (in ordine di «gravità» dell’infezione) per chi non ha sintomi o ne ha di lievi, l’uso al bisogno di paracetamolo o FANS (in caso di febbre o dolori articolari o muscolari).

La saturazione deve essere sopra 92%

Sottolineata l’importanza del saturimetro, che misura la capacità polmonare, su cui l’indicazione del ministero cambia leggermente: «Sulla base dell’analisi della letteratura scientifica disponibile a oggi e sulla base delle caratteristiche tecniche dei saturimetri disponibili in commercio per uso extra-ospedaliero – si legge -, si ritiene di considerare come valore soglia di sicurezza per un paziente Covid domiciliato il 92% di saturazione dell’ossigeno in aria ambiente», precedentemente si era detto 94%.

No a eparina e antibiotici

Su alcuni altri farmaci, che di volta in volta sono stati consigliati in alcune fasi della pandemia, quando le evidenze scientifiche e gli studi erano ancora agli inizi, si fa il punto: l’eventuale utilizzo di antibiotici è da riservare esclusivamente ai casi nei quali l’infezione batterica sia stata dimostrata da un esame microbiologico.
Non bisogna utilizzare idrossiclorochina «la cui efficacia – si legge – non è stata confermata in nessuno degli studi clinici randomizzati fino ad ora condotti».
E non bisogna utilizzare neanche l’eparina se non «nei soggetti immobilizzati per l’infezione in atto».
Il ministero segnala che non esistono evidenze solide di efficacia nemmeno per supplementi vitaminici e integratori alimentari (ad esempio vitamine, inclusa vitamina D, lattoferrina, quercitina), il cui utilizzo quindi non viene raccomandato.
Infine si aggiunge: «L’utilizzo di lopinavir / ritonavir o darunavir / ritonavir o cobicistat non è raccomandato né allo scopo di prevenire né allo scopo di curare l’infezione».

Covid e cortisone: i tre casi

Un punto importante riguarda l’uso dei cortisonici che viene raccomandato esclusivamente nei soggetti con malattia grave che necessitano di supplementazione di ossigeno. Il ministero chiarisce che l’utilizzo della terapia in fase precoce con steroidi si è rivelata inutile se non dannosa in quanto in grado di inficiare lo sviluppo di un’adeguata risposta immunitaria e quindi riserva l’impiego di tali farmaci a domicilio solo per pazienti con fattori di rischio di progressione di malattia verso forme severe, in presenza di un peggioramento dei parametri pulsossimetrici che richieda l’ossigenoterapia, oppure ove non sia possibile nell’immediato il ricovero per sovraccarico delle strutture ospedaliere.

I monoclonali entro i primi 10 giorni

Riguardo i monoclonali si introduce la valutazione sui pazienti che possono essere indirizzati alle strutture di riferimento per il trattamento. È raccomandato il trattamento nell’ambito di una struttura ospedaliera o contesto che consenta una pronta ed appropriata gestione di eventuali reazioni avverse gravi. Si specifica che il trattamento deve essere iniziato non oltre i dieci giorni dall’inizio dei sintomi e quindi la decisione su questo spetta solo ed esclusivamente al medico di base che riferisce dei sintomi e della condizione preesistente del paziente.

La gestione dei bambini

Qualche indicazione anche per i bambini: in quelli asintomatici non occorre somministrare alcun farmaco, mentre in quelli che accusano sintomi simil-influenzali è consigliabile, in caso di necessità, somministrare terapia sintomatica con paracetamolo o ibuprofene. È raro che debbano essere assunti antibiotici, mentre i cortisonici non vanno somministrati.

Gli anziani hanno altri sintomi

Un focus sugli anziani ricorda che alcuni parametri considerati «normali» e utili per la valutazione del paziente Covid potrebbero essere di difficile riscontro: nella popolazione anziana sono meno frequenti febbre, tosse, disturbi gastrointestinali, ageusia/disgeusia e anosmia e i deficit di comunicazione (per esempio in presenza di demenza senile) possono rendere difficile l’identificazione di tali sintomi. Nel paziente anziano, quindi, il ministero sottolinea l’importanza di considerare altri segni: come delirium, cadute, apatia, sonnolenza, confusione/disorientamento, modifica dello stato funzionale.

La circolare verrà periodicamente aggiornata da un apposito Gruppo di Lavoro costituito da rappresentanti istituzionali, professionali e del mondo scientifico.