Crisi di governo, Conte spera nel «ter» ma teme che i partiti (e non solo Renzi) lavorino per indebolirlo

Mandato a Fico accolto da Palazzo Chigi «con rispetto». La preoccupazione che il sì renziano possa costare caro. Il rischio per l’avvocato è che i partiti vogliano sì lasciarlo a Palazzo Chigi, ma ridimensionando molto il suo potere. E magari forzando la mano perché accetti la formula dei due vicepremier. Anche così si spiega perché anche ieri, a margine del Cdm, Conte si sia fermato a parlare di elezioni.

Nessuno ha fatto salti di gioia nelle stanze di Palazzo Chigi ed è comprensibile, dopo le speranze di ricevere l’incarico che diversi ministri e qualcuno tra i maggiorenti del Pd avevano instillato nell’animo di Giuseppe Conte. L’avvocato ha accolto il mandato esplorativo a Roberto Fico con rispetto e sofferenza, pari almeno al sollievo perché la scelta è caduta su una personalità dei 5 Stelle. Il premier dimissionario stima molto il presidente della Camera ed è cautamente fiducioso sull’esito delle interlocuzioni che la terza carica dello Stato avrà, da qui a martedì, con i leader delle forze politiche della maggioranza.

Il dilemma di Conte resta lo stesso: Matteo Renzi. La telefonata che giovedì in extremis ha fatto al fondatore di Italia Viva ha riaperto un canale di comunicazione. Ma per quanto nelle ultime ventiquattr’ore i ministri e lo stesso premier dimissionario abbiano ricevuto dai renziani «molti segnali di pace», la strada verso un Conte ter resta un vicolo stretto e poco illuminato. Il primo a saperlo è lui, ancora scottato dai quei 24 minuti di «comizio» con cui Renzi, dal Colle più alto, gli ha dato del populista alla disperata ricerca di voti in Parlamento.

Pontieri e ambasciatori si sono rimessi freneticamente al lavoro e quello che arriva a Palazzo Chigi è un mix di segnali distensivi e richieste minacciose. Conte è rimasto colpito quando gli hanno detto che i renziani stimano un suo terzo governo al 50% delle possibilità e teme che il senatore di Rignano, che gli chiede discontinuità nel merito e nel metodo, possa in ogni momento rovesciare il tavolo. Goffredo Bettini non fa che ripetergli che «Renzi non potrà tirare più di tanto la corda, altrimenti si spezzerà». E anche Vito Crimi gli ha garantito la «granitica lealtà» del Movimento. Al Quirinale il messaggio del capo politico reggente è stato netto: se il mandato di Fico porta a Conte, bene, altrimenti il M5S non ci sta. E così Conte non dispera, ma si chiede se riuscirà a fare tutte le concessioni che i partiti si aspettano da lui. «Renzi ti presenterà un conto salato», lo hanno avvisato i mediatori, elencando Bonafede, Gualtieri, Azzolina e De Micheli come alcuni dei ministri da rinnovare nel «grande rimpasto» che si prospetta. E se i dem si dicono convinti che «Renzi ne spara quattro per ottenerne due», uno magari per Maria Elena Boschi, l’elenco delle pretese non è finito. Si parla del ridimensionamento del commissario Domenico Arcuri e del siluramento del portavoce Rocco Casalino, che però Ettore Rosato smentisce: «Non lo abbiamo mai chiesto».

D’altronde Conte, non avendo trovato i senatori «volenterosi» che servirebbero per neutralizzare Renzi, non ha molte frecce al suo arco. Se non la compattezza dei partiti, tre su quattro, che per ora hanno deciso di blindarlo. Il Pd sostiene «con fiducia e lealtà» lo sforzo di Mattarella per risolvere la crisi e si augura che Renzi «sia conseguente». Ieri ci è mancato poco che saltasse tutto, per gli attacchi dei 5 Stelle sulla sua conferenza in Arabia Saudita. Il Movimento è dilaniato e aver perso la ritrovata alleanza con Alessandro Di Battista è un altro ostacolo che Conte non può sottovalutare. Molti parlamentari 5 Stelle gli rimproverano di aver buttato un mese alla vana ricerca di «costruttori» e i «big» gli avrebbero detto, in buona sostanza, «ora sei in debito anche con noi». Il rischio per l’avvocato è che i partiti vogliano sì lasciarlo a Palazzo Chigi, ma ridimensionando molto il suo potere. E magari forzando la mano perché accetti la formula dei due vicepremier. Anche così si spiega perché anche ieri, a margine del Cdm, Conte si sia fermato a parlare di elezioni.