Craxi e la fede, un rapporto poco conosciuto

Il 19 gennaio è stato il 20° anniversario della morte di Bettino Craxi, che con la fede ebbe un rapporto ricco ma complesso fin dall’infanzia. Da leader del Psi aprì le porte del partito ai cattolici, ma fece anche un discorso contro la linea di Giovanni Paolo II sul referendum sull’aborto. Eppure, poi, firmò il Concordato e imparò a stimare il Papa polacco, mandando a un certo punto in soffitta l’anticlericalismo socialista.

Il ventennio trascorso dalla morte e gli ottimi incassi del film dedicato alla sua storia hanno fatto tornare la figura di Bettino Craxi (24 febbraio 1934 – 19 gennaio 2000) al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. L’anniversario tondo del 19 gennaio è stata l’occasione, se non di una riabilitazione generale, almeno dell’avvio di una riflessione meno ideologica sulla parabola dell’ex segretario del Psi.

In questi giorni, il finale drammatico della stagione umana e politica del leader socialista è stato rievocato posando l’occhio sulla tomba bianca, orientata verso l’Italia, del cimitero cristiano di Hammamet, meta del pellegrinaggio laico di parenti, ex compagni di partito, vecchi militanti e giornalisti. Quella sepoltura porta in evidenza un aspetto trascurato nelle ricostruzioni odierne della parabola craxiana: quello del suo rapporto con la fede e il mondo cattolico in generale.

Figlio di un perseguitato politico per le sue idee socialiste, durante la Seconda Guerra Mondiale il giovanissimo Bettino venne mandato a studiare nel collegio arcivescovile di Cantù e qui si sentì chiamato alla vita sacerdotale. Quel richiamo non si spense con l’addio alla struttura, abbandonata per le difficoltà economiche successive al bombardamento della casa familiare che portò i Craxi a trasferirsi a Lambrate. Anzi, il piccolo Bettino divenne un “chierichetto diligente” nella vicina parrocchia di San Giovanni in Laterano, frequentatore fisso dell’oratorio e sempre pronto ad accompagnare don Franco Ceriotti, il vice parroco, a benedire case e salme. Craxi, anni dopo, ricordò quel periodo in una lettera al padre ritrovata poco tempo fa: “Stavo per ore sull’inginocchiatoio a fissare un dipinto con il volto della Sindone. E Gesù a un certo punto apriva le palpebre e mi guardava”.

Ad Hammamet, fino all’ultimo, amava raccontare anche di come si sentisse inseguito dallo sguardo di una Madonna dipinta in un quadro appeso alle pareti della sua parrocchia milanese. Lui stesso la definì “una vocazione mistica” che però non si concretizzò. A 17 anni, con il padre candidato senza successo sotto le insegne del Fronte Democratico Popolare, la scelta della militanza politica e l’iscrizione al Psi. Del partito fondato da Turati e Albertelli divenne segretario, guidando la cosiddetta rivoluzione dei quarantenni, nel 1976, sconfiggendo quella che in una recente intervista è stata definita da Gennaro Acquaviva “la componente laico-massonica di De Martino”. Acquaviva – proveniente dalle file del gruppo cattolico di sinistra Movimento Politico dei Lavoratori insieme a Livio Labor, Luigi Covatta e Marco Biagi – divenne uno dei suoi collaboratori più fidati fino ad assumere il ruolo di capo segreteria con l’arrivo a Palazzo Chigi.

L’era Craxi aprì ai cattolici le porte della dirigenza del partito più laicista dell’arco costituzionale. Eppure, proprio a lui si deve quello che è probabilmente il discorso più ‘antipapale’ pronunciato nell’aula di Montecitorio da un esponente della maggioranza: in occasione della fiducia al primo esecutivo guidato da Forlani nell’ottobre del 1980, il leader socialista criticò aspramente san Giovanni Paolo II e la Conferenza Episcopale Italiana per la posizione espressa, in conformità con l’insegnamento di sempre della Chiesa, sugli imminenti referendum sull’aborto. Craxi riconosceva come “assolutamente legittimo il diritto dell’autorità ecclesiastica a riaffermare i principi del cattolicesimo su di un problema di cui nessuno si nasconde la delicatezza, come quello dell’aborto, e a richiamare la donna-madre cattolica, cui spetta la scelta, al rispetto di fondamenti dottrinali della sua religione”, ma al tempo stesso addebitava la linea dettata da Wojtyla alle “difficoltà, forse, per un papa straniero (…) di cogliere la complessità della realtà italiana”, che “rischiano di riaprire la porta a contrapposizione e a contese che sembravano definitivamente cadute”.

Eppure, fu proprio lui, primo socialista a Palazzo Chigi, a firmare la revisione del Concordato tra Repubblica Italiana e Santa Sede nel 1984. Con quel “papa straniero” criticato nel durissimo discorso alla Camera, Craxi stabilì un ottimo rapporto dettato probabilmente dalla visione sulla realtà internazionale e dal comune sostegno a Solidarnosc. Non a caso, reduce dalla prima udienza in Vaticano, il premier commentò: “È un anticomunista formidabile”. San Giovanni Paolo II non rinnegò quella conoscenza negli anni del declino craxiano e proprio pochi mesi prima di morire, tramite don Verzé, fece sapere all’ex premier italiano di ricordarlo ogni mattina nella Messa celebrata nella sua cappella privata. Commosso, Craxi, disilluso verso tutto ciò che riguardava l’Italia, gli rispose con un biglietto: “Santo Padre, l’unica grande fiducia è in Lei”.

Nonostante la precedente adesione convinta a battaglie laiciste (inaccettabile per i cattolici), la segreteria craxiana ebbe il merito di mandare in soffitta il tradizionale anticlericalismo socialista (lo auspicava in un testo scritto peraltro nel ’68). E, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, con la sconfitta del comunismo alle porte e l’attesa rivincita storica sul Pci, nel tentativo di insidiare la centralità democristiana nel sistema politico, aumentò l’attenzione verso quel mondo cattolico che – come raccontato da Gennaro Acquaviva – al ‘capo’ non era indifferente. Così, al congresso di Milano del 1989, Craxi rivendicò di avere in mente un partito “capace di conciliare i valori del socialismo con i valori del cristianesimo”. E non a caso, durante i Meeting di Rimini di quegli stessi anni, non erano pochi i ciellini a confessare di preferire il leader del Garofano alla linea “laicista e tecnocratica” di De Mita.

Al tempo stesso, il “Cinghialone” non riusciva a comprendere i motivi del ‘debole’ che esponenti dell’associazionismo cattolico e anche non pochi prelati sembravano nutrire per il Pci, quell’atteggiamento anticipatore del vicino abbraccio catto-comunista sulle macerie lasciate dal crollo dell’Urss e da Tangentopoli. Al Congresso, Craxi li tacciò di “provincialismo” e se la prese in particolare con i gesuiti, facendo una distinzione tra “quelli di piccolo cabotaggio e quelli di alto bordo”. L’impronta craxiana fece sì che, come scrisse don Baget Bozzo, “il socialismo italiano, non essendo più anticattolico, poteva diventare interamente nazionale”.

Non c’era solo la convenienza legata alla vocazione governativa, però, dietro la linea del segretario ma anche la convinzione, come ha raccontato sempre Acquaviva, che la “spiritualità fosse un elemento positivo per la laicità di una nazione” e che “senza i preti e la Chiesa l’Italia non andasse avanti, altrimenti il Paese si sarebbe disgregato e avrebbe preso una piega individualista”. Poco prima di morire, in un’intervista concessa a Famiglia Cristiana, l’ex presidente del Consiglio si autodefinì un “laico cristiano” e ad Hammamet fece celebrare Messe nella sua casa a don Mondini, oltre a chiedere a monsignor Lozza, arrivato da Roma per visitarlo in ospedale, di pregare per lui.

Il progetto socialdemocratico di Craxi, con la sua idea di laicità permeata dal “sentire profondamente i valori del cristianesimo e della loro congiunzione con i valori del socialismo, valori di altissima civiltà umana e morale”, naufragò con Tangentopoli e con la fine della Prima Repubblica, lasciando che lo spazio a sinistra del sistema politico venisse monopolizzato da quel “partito radicale di massa” preconizzato da Augusto Del Noce.