Covid: nascosto in Iran, sopravvalutato in Svezia

L’Iran ha mentito sulla diffusione dell’epidemia di Covid. A rivelarlo sono documenti governativi iraniani, trapelati alla stampa. Nei confronti della Repubblica Islamica non abbiamo però preso alcun severo provvedimento. Al contempo, la demonizzata Svezia, che rifiuta il lockdown, ha appiattito comunque la curva dei contagi. 

L’Iran, come la Cina, sta mentendo sulla diffusione e la mortalità dell’epidemia di Covid. A rivelarlo sono documenti governativi iraniani, trapelati alla stampa questa settimana. La Bbc ha riportato ieri che i casi di circa il doppio rispetto a quel che era stato dichiarato: 451.024 invece che 278.927. Ma quel che fa maggiormente impressione è la discrepanza fra il numero reale dei morti e quello dichiarato: 42mila invece che 14.405. Quello dell’Iran è un caso clamoroso di quanto i regimi totalitari siano in grado di nascondere e manipolare la realtà, ma anche un fallimento dell’informazione occidentale sul Covid. Tendiamo, infatti, a non mettere neppure in discussione le informazioni che ci giungono da Paesi come la Cina e, appunto, l’Iran, mentre in Paesi liberi come il Brasile, gli Stati Uniti e soprattutto la Svezia, la gravità della situazione è stata e viene tuttora ampiamente sopravvalutata dai media.

Partiamo dal caso iraniano: non occorreva del gran giornalismo investigativo per scoprire che i conti non tornassero. La Repubblica Islamica, fedele alleata della Cina e tappa importante della Via della Seta, ha iniziato a registrare i primi casi di contagio del nuovo coronavirus già in gennaio. Il primo morto è del 22 gennaio, il giorno prima che l’esistenza della nuova epidemia venisse ammessa dalla stessa Cina. Le autorità islamiche iraniane hanno però diffuso l’allarme solo un mese dopo. La malattia ha registrato vittime eccellenti sin da subito. Il viceministro della Sanità, Iraj Harirchi, proprio mentre teneva una conferenza stampa in cui smentiva la gravità della situazione, si sentiva male e veniva ricoverato il giorno stesso, positivo al Covid-19. Poco dopo il singolare episodio, spirava in ospedale l’ayatollah Hashem Bathayi Golpayegani, 78 anni, appena due giorni dopo che era risultato positivo al test. La classe dirigente veniva decimata in quei giorni: almeno 12 politici e alti funzionati di regime morti di malattia, 13 finiti in ospedale. Se un Paese, in cui la distanza fra l’élite e la popolazione è molto grande, vedeva un tasso di mortalità così elevato nei suoi vertici, chissà cosa stava succedendo nella popolazione. Le immagini satellitari, pubblicate dal New York Times, in marzo, ritraevano le fosse comuni scavate presso la città di Qom.

Nonostante tutto, l’Oms e di conseguenza anche il nostro governo, hanno dato ascolto ai dati ufficiali forniti dalle autorità di Teheran. Le conseguenze, sul piano pratico, non sono mancate. Proprio mentre l’Italia chiudeva in casa i suoi cittadini, il 10 marzo l’Iran Air (compagnia sotto sanzioni degli Stati Uniti, perché legata ai pasdaran iraniani) comunicava, dopo due giorni di sospensione, la ripresa di tutti i voli verso l’Europa, tranne negli scali di Vienna, Goteborg e Stoccolma. E la Iran Air ha continuato ad usare lo scalo tecnico di Rimini per arrivare anche in altri scali europei, come Amsterdam e Francoforte. L’ambasciata italiana in Iran continuava a garantire visti verso l’Italia regolarmente. La situazione non è mutata col passare del tempo: a giugno è stato raggiunto un accordo tra il regime iraniano e la AIRiminum, la società che ha in gestione l’aeroporto di Rimini-San Marino (aeroporto Federico Fellini): tre voli settimanali della Iran Air che collegheranno Teheran con Rimini. In luglio, la lista dei Paesi più a rischio, i cui cittadini e viaggiatori non possono entrare in Italia, non includeva l’Iran. Vi troviamo altri Paesi del Golfo, quali Bahrein, Kuwait, Oman, ma non la Repubblica Islamica.

Sul perché di questa fiducia accordata all’Iran non esiste una risposta univoca: l’errore di sottovalutazione del pericolo viene certamente dall’Oms, ma probabilmente anche dall’occhio di favore con cui l’attuale governo guarda alla Repubblica Islamica. Non dobbiamo dimenticare che fu proprio Federica Mogherini (PD), ex Alta Rappresentante dell’Ue, una delle maggiori promotrici dell’accordo sul nucleare iraniano. Proprio nei primi giorni dell’arrivo dell’epidemia in Italia, il 20 febbraio arrivava anche Alessandro Di Battista dopo un lungo viaggio in Iran. Il politico pentastellato che spesso esprime i pareri del suo Movimento più esplicitamente dei suoi compagni di partito parlamentari e ministri, ha prodotto un servizio in tre parti, Sentieri Persiani, che si annuncia come una sorta di arringa in difesa della Repubblica Islamica, ma in cui non vi è traccia alcuna della crisi del coronavirus, già in corso quando il politico era presente sul territorio.

La sottovalutazione del pericolo Covid dall’Iran stride in confronto con il trattamento riservato ad altri Paesi, sia dalla stampa che dal governo italiano. Il Paese che viene attualmente presentato come il caso peggiore è il Brasile. Lo è in termini assoluti, ma ancora oggi, in rapporto alla sua popolazione, il Brasile registra una situazione decisamente migliore rispetto a quella dell’Italia, con 443 morti per milione di abitanti contro i nostri 582. Gli Stati Uniti ne registrano 479, molto meno che in Italia. Eppure abbiamo visto tutti la notizia dell’aereo americano (privato) fermato in Sardegna e rimandato indietro, ma non abbiamo visto altrettante durezza nei confronti degli aerei iraniani. La politica conta molto, anche in questi due casi, per il Brasile a causa della demonizzazione del presidente Bolsonaro, e per gli Usa, ovviamente, del presidente Trump.

Singolare poi il caso della Svezia, trattata dai media italiani come l’esempio da non seguire, fortunatamente senza creare conseguenze politiche (resta la libera circolazione, essendo uno Stato membro dell’Ue). Si diceva che sarebbe diventata la “maglia nera” d’Europa per numero di vittime, in rapporto alla popolazione, e incapacità di appiattire la curva dei contagi. Al contrario, in Svezia la curva dei contagi ha avuto un andamento molto simile a quello dell’Italia e del resto dei Paesi colpiti dal coronavirus. La media settimanale dei nuovi casi è scesa a 200 alla fine del mese scorso, a fronte dei circa 1.140 di metà giugno. E il numero quotidiano di decessi legati al coronavirus è da due settimane a due cifre, dopo aver toccato un massimo di 115 a metà aprile. Per il momento, dunque, l’epidemia appare sotto controllo. In rapporto alla popolazione, la Svezia registra meno morti rispetto all’Italia (568 per milione di abitante, contro i nostri 582) ed è ottava nel mondo, dopo altre nazioni europee quali Belgio, Regno Unito e Spagna, oltre al nostro Paese. Perché, allora, tanta morbosa attenzione nei confronti di nazione nordica che non ha fatto peggio di noi? Perché la Svezia non ha adottato alcuna misura di lockdown, solo qualche blanda norma di distanziamento, ma quasi al livello di suggerimenti personali. La Svezia è il nostro controfattuale che ci dimostra che, se noi non ci fossimo inflitti il lockdown, comunque non avremmo subito un numero di vittime molto superiore. Una realtà difficile da ammettere, da cui parte la demonizzazione della Svezia.

Questa epidemia sarà ricordata come quella più mediatica della storia: abbiamo assistito a tutto il Covid minuto per minuto, in tutti i Paesi del mondo. Ma anche quella più ideologica. Purtroppo, questi sono casi che dimostrano ulteriormente come sia l’ideologia progressista, con la sua visione del mondo, a dettare l’informazione sulla diffusione della pandemia: la fiducia in regimi totalitari antagonisti all’Occidente, la sfiducia a priori e poi la demonizzazione degli avversari politici conservatori, la volontà di voler nascondere esempi di successo di strategie alternative a quella del lockdown. Che è quella più dirigista in assoluto, l’unica equiparabile a un gigantesco esperimento sociale.