COVID/ “I giovani vengono subito in ospedale ma le terapie intensive sono vuote”

I casi di ricoveri causa Covid sono in aumento soprattutto giovani, ma il virus non è mutato. “Fra poco torneranno in pronto soccorso gli ottantenni”

In Lombardia i ricoveri per Covid-19 stanno aumentando. Sarà il ritorno dei vacanzieri, ma – come spiega il professor Angelo Pan, direttore dell’Unità Malattie Infettive dell’ASST di Cremona – sono soprattutto i giovani a mostrare i sintomi del virus: “Un motivo può essere che quando infuriava la pandemia, i nostri ospedali erano talmente intasati dai ricoveri di persone anziane che molti giovani potrebbero aver fatto la malattia a casa. Adesso invece ai primi sintomi si presentano in ospedale: siamo passati da un ricoverato a sette, per fortuna senza nessun caso di terapia intensiva”. In caso comunque di una seconda ondata, aggiunge Pan, il sistema sanitario è oggi preparato a farvi fronte, anche se manca ancora un farmaco in grado di guarire il paziente: “Quello che però desidero, alla luce dell’esperienza fatta, è che si sviluppi una maggior collaborazione nel sistema sanitario fra Regioni e governo, cosa che è mancata e su cui dovremo lavorare da qui in avanti”.

Nella nostra ultima conversazione, ai tempi più feroci della pandemia, lei ci diceva che a Cremona “la situazione era un incubo”. Come va adesso?

Siamo in una fase di peggioramento, lieve ma in peggioramento. In molti ospedali della Lombardia il numero di casi sta aumentando. Avevamo un solo paziente ricoverato, adesso ne abbiamo sette.

In terapia intensiva?

Non in terapia intensiva, però sono pazienti più giovani. L’età media è più bassa rispetto a marzo.

Lo confermano in molti. Come mai?

È casuale. Durante il primo periodo arrivavano pazienti gravi e quelli con forme lievi, ragazzi soprattutto, rimanevano a casa. Adesso chi ha dei sintomi, anche solo la febbre, si presenta subito nelle strutture ospedaliere o dal proprio medico e quindi ne arrivano di più. A marzo, del resto, non c’era posto per nessuno, chi stava poco male non veniva neanche a farsi vedere.

Il virus è cambiato?

No, questa storia della riduzione della patogenicità è interessante anche dal punto di vista storico.

In che senso?

Nel senso che già ai primi del Novecento per spiegare l’andamento delle pandemie si diceva che la riduzione del virus corrispondesse con la riduzione della patogenicità del germe, qualunque esso fosse. Questo a volte succede, ma di norma si riduce la popolazione suscettibile. Si è ridotta drasticamente durante il lockdown perché non c’era possibilità di contatti fra le persone e quindi di trasmissione. Adesso tornano i casi perché ci sono più contatti. E se adesso vediamo il ricovero di giovani e di qualche sessantenne, purtroppo fra poco vedremo di nuovo gli ottantenni.

Anche perché i giovani a casa entrano in contatto con nonni e genitori, è così?

Possono venire meno le protezioni che stiamo cercando di dare agli anziani. Questo è il problema. Anche se piano piano i sistemi diagnostici diventano più efficaci e ci sfuggiranno sempre meno casi. Per adesso qualcuno può scappare.

Se dovesse verificarsi un incremento di contagi e di pazienti, rispetto all’esperienza pregressa si può dire che le nostre strutture sanitarie si sono rinforzate?

Sì, se dovesse arrivare una nuova ondata siamo più preparati. Non tanto dal punto di vista delle terapie, perché purtroppo non esiste ancora un farmaco adatto. Sono stati pubblicati alcuni studi – ad esempio quello sul cortisone che può ridurre la mortalità del 20% -, però non abbiamo un farmaco super potente come potrebbe essere un antibiotico, che potrebbe ridurre la mortalità del 90%. Stiamo ancora facendo sperimentazioni. È un peccato l’approvazione da parte degli Stati Uniti del plasma iperimmune con procedura urgente, decisa per motivi politici elettorali: se da un certo punto di vista è una buona cosa, dall’altra non abbiamo ancora dati sufficienti per sapere quali pazienti possono giovarsene.

Quale danno ha provocato questa approvazione?

Ha bloccato gli studi, essendo stata approvata dal Dipartimento dei farmaci americani. Gli studi in atto potevano dare risultati importanti, adesso il farmaco è stato registrato ufficialmente e lo studio bloccato. La politica in questi casi non aiuta.

Alla luce della sua esperienza “in prima linea” da quando è cominciata la pandemia, ci può dire come è cambiato, se è cambiato, l’approccio alla sua professione?

Io sono un infettivologo, per cui sono abituato a dover gestire problematiche di questo tipo. Diciamo che sono un po’ stanco dal punto di vista psicologico. Quello però che mi piacerebbe vedere, e che in parte manca, è una maggiore collaborazione fra il Servizio sanitario regionale e quello nazionale, perché potrebbe esserci una servizio sanitario più efficiente. È ciò su cui dobbiamo lavorare da qui in avanti.

(Paolo Vites)