Covid, Forni (Accademia dei Lincei): «Allo studio una ventina di vaccini. La svolta? Usare la proteina del virus»

L’immunologo Forni (Accademia dei Lincei): «I preparati in sperimentazione sono a metà strada tra tradizionali e genetici»

La disponibilità di vaccini anti Covid sta crescendo di giorno in giorno. Oggi, sul campo, ne abbiamo cinque «genetici»: due, Moderna e Pfizer, utilizzano l’Rna messaggero (incapsulato in nanoparticelle) per far produrre all’organismo umano una risposta immunitaria contro il coronavirus; gli altri tre sono AstraZeneca (ora rinominato Vaxzevria), Johnson&Johnson (che nelle ultime ore è stato bloccato negli Stati Uniti) e il russo Sputnik V (in fase di verifica anche in Italia): tutti utilizzano un virus (un adenovirus innocuo) per portare all’interno dell’organismo una porzione del Dna del coronavirus (quello della cosiddetta proteina spike) sempre per stimolare la risposta immunitaria.

La seconda generazione

Poi ci sono i vaccini «tradizionali»: tre cinesi (uno di questi, utilizzato in Cile, funziona pochissimo) e uno indiano. Si basano su una tecnologia «primitiva» che consiste nell’inattivare il virus corona, nell’iniettarlo così com’è in una sorta di «marmellata di virus», sempre allo scopo di stimolare la produzione di anticorpi contro il «vero coronavirus». Ma è in arrivo una «seconda generazione» di vaccini. Ce ne sono almeno venti allo studio. Ne parliamo con Guido Forni, membro dell’Accademia dei Lincei che ieri è stato ospite del Corriere online in occasione del primo incontro di una serie intitolata «Lo dicono i Lincei». Immunologo, ha lavorato all’Università di Torino e ha avuto numerose esperienze all’estero. Si è occupato anche di vaccini contro il cancro, da cui è nata l’idea di costruire vaccini genetici contro il coronavirus.

Professor Forni, quali sono i limiti degli attuali vaccini utilizzati?
«Una premessa: si tratta di vaccini assolutamente nuovi, che sono stati autorizzati dalle autorità regolatorie — come l’Ema o l’Aifa, rispettivamente le agenzie europea e italiana per i medicinali, ndr — in base agli studi clinici presentati, quelli che fanno riferimento alle sperimentazioni cliniche. Poi si sono aggiunti i dati del “mondo reale” cioè quelli che si stanno accumulando dopo la loro somministrazione, nella quotidianità, a proposito di efficacia o effetti collaterali. Ecco perché le indicazioni si stanno modificando giorno dopo giorno».

Più nel dettaglio?
«Un esempio è quello del vaccino AstraZeneca (per non parlare del nuovo caso Johnson&Johnson, ndr). Si è visto che questo vaccino può provocare trombosi rare, soprattutto nelle donne giovani. Così gli Stati europei hanno preso decisioni contrastanti, compreso il fatto di suggerire, per la seconda dose, un vaccino diverso da AstraZeneca. Ma la seconda dose si può somministrare anche a distanza di tre mesi e questo tempo permetterà di approfondire gli studi clinici per capire qual è la soluzione migliore».

C’è però un altro problema: la scarsità di vaccini. Abbiamo sotto gli occhi il caso AstraZeneca (che sembrerebbe non rispettare gli accordi con l’Unione Europea a proposito di forniture del prodotto, ndr). Per non parlare dei Paesi meno ricchi.
«Tendiamo a sottovalutare l’enorme impresa tecnologica che ha portato alla costruzione di questi nuovi, inediti, preparati. Non è come riconvertire un impianto per produrre un’automobile o una lavatrice piuttosto che un’altra. Qui si tratta di avere un know-how tecnologico non indifferente per adattarsi».

Arriviamo ai vaccini di seconda generazione: ce ne sono almeno una ventina allo studio. Di che cosa parliamo?
«L’idea è quella di somministrare direttamente la proteina “spike” — è la parte del coronavirus che lo rende aggressivo e può essere bloccata dal vaccino, ndr —. È una strategia a metà strada fra quelle “vecchie” (la somministrazione del virus intero però inattivato, ndr) e quelle nuove, genetiche (che puntano invece a far produrre questa proteina dall’organismo umano, ndr)».

I vantaggi dei nuovi preparati?
«Sono innanzitutto più facili da produrre. E probabilmente anche a minor costo».