COVID, CASO PLASMA/ “Gli Usa adottano il nostro protocollo, perché l’Italia no?”

Giuseppe De Donno ha avviato il primo protocollo, poi adottato dagli Usa, per l’uso del plasma all’ospedale di Mantova su pazienti in ventilazione meccanica

Alla risalita dei contagi, almeno per ora, in Italia non corrisponde un significativo aumento della mortalità o delle degenze in ospedale. Intanto negli Usa, il paese più colpito al mondo dal Covid, con 180mila morti e quasi 6 milioni di contagiati, la Food and Drug Administration ha autorizzato l’uso del plasma in via emergenziale il 23 agosto. Ne abbiamo parlato con il pioniere della sperimentazione col plasma in Italia, Giuseppe De Donno, che avviò il primo protocollo per l’uso del plasma all’ospedale Carlo Poma di Mantova, dove è pneumologo. Ci ha detto che gli Usa stanno facendo quello che lui faceva a Mantova, e che adesso in Italia l’uso del plasma è “rallentato, perché non si usa più sui pazienti in ventilazione meccanica, come invece prevedeva il protocollo Pavia-Mantova. E come si sta facendo ora negli Usa”. Sulla cura col plasma è ancora fiducioso: “al momento è la terapia più efficace contro il Covid”.

Riviste scientifiche autorevoli come Nature si mostrano dubbiose sulla sua efficacia, e i dati dello studio della Mayo Clinic sulla cui base è stato autorizzato il plasma si basano su una mera elaborazione statistica e non provengono da uno studio randomizzato (ovvero uno studio dove, oltre a un gruppo che riceve la cura, c’è anche un gruppo di controllo che al posto della cura riceve un placebo, cosa utile a valutare l’efficacia della cura).

Ne abbiamo parlato con il pioniere della sperimentazione col plasma in Italia, Giuseppe De Donno, che avviò il primo protocollo per l’uso del plasma all’ospedale Carlo Poma di Mantova, dove è pneumologo. Ci ha detto che gli Usa stanno facendo quello che lui faceva a Mantova, e che adesso in Italia l’uso del plasma è “rallentato, perché non si usa più sui pazienti in ventilazione meccanica, come invece prevedeva il protocollo Pavia-Mantova. E come si sta facendo ora negli Usa”. Sulla cura col plasma è ancora fiducioso: “al momento è la terapia più efficace contro il Covid”.

Il numero dei tamponi aumenta, siamo quasi a 100mila al giorno. L’aumento della nostra capacità di mappare il virus deve tranquillizzarci?

Ci sono due tipi di mappature: se faccio un tampone per tracciare un focolaio e arginarlo allora è molto utile, se invece lo faccio solo per capire quanto contagio c’è nella popolazione il tampone ha un senso meramente epidemiologico.

Cosa dovremmo fare ora che i contagi salgono?

Evitare di abbassare la guardia. Dobbiamo ricordarci che il 3-4% del totale dei contagiati finisce in ospedale, quindi dobbiamo evitare che salgano troppo.

Ma l’abbassamento dell’età non farà abbassare questa percentuale?

Non ne sarei così convinto. I raggi ultravioletti, d’estate, ci hanno aiutato, ma anche tra i giovani contagiati rientrati da Spagna e Sardegna qualcuno mostra sintomi: non gravi, ma comunque presenti.

Cosa dobbiamo aspettarci?

Il rialzo dei contagi non significa che c’è nuova ondata pandemica: le presenze in ospedale sono aumentate, ma al momento non in modo allarmante.

Passiamo alla terapia col plasma. Come commenta, lei che è stato tra i pionieri dell’uso del plasma in Italia, l’autorizzazione all’uso del plasma negli Usa?

Nonostante non ci siano evidenze da studi randomizzati e controllati la Food and Drug Administration (Fda), l’ente che autorizza i trattamenti negli Usa, ha stabilito che il plasma può essere utilizzato “in emergenza”. Visto quello che stanno vivendo gli Usa adesso, una vera e propria guerra, è giusto usare ogni arma a disposizione.

Si tratta di una sperimentazione o di un uso su larga scala?

Non si tratta di una sperimentazione, ci sono molti protocolli che prendono in considerazione il plasma del paziente convalescente sulla scia del nostro protocollo Pavia-Mantova. I dati emersi dagli studi osservazionali dimostrano che il plasma del paziente convalescente migliora la sopravvivenza in alcuni casi fino al 35%: è la strategia terapeutica più efficace possibile, al momento.

Questo 35% a cui lei fa riferimento proviene dallo studio di Mayo Clinic?

È sulla base di quello studio e di un altro, pubblicato su Jama (quest’ultimo è randomizzato, ndr), che la Fda ha sciolto la riserva sull’uso del plasma. Si è provato che l’uso del plasma è sicuro, privo di effetti collaterali e rischi infettivologici, ed è verosimile che riduca la mortalità.

La ricerca in Italia è stata spostata a Pisa e poi si è arenata per mancanza di pazienti, ce lo conferma?

Oltre a Pisa, che è il principal investigator, ci sono altri 56 centri interessati dal progetto Tsunami, tra cui anche Mantova e Pavia. È vero che ci sono pochissimi pazienti arruolati perché paghiamo l’enorme ritardo con cui è stato attuato il protocollo di ricerca: è per questo che io protestai, se lo avessero affidato a Mantova e Pavia ci avrebbe impiegato meno. Ma il progetto Tsunami ha anche un altro limite.

Quale?

Arruola solo i pazienti in fase precoce di malattia e non i pazienti in ventilazione meccanica, per cui non coinvolge nello studio i pazienti più gravi. Quindi bisognerà ricorrere all’uso compassionevole per curare i pazienti in terapia intensiva. Una prassi che la Fda americana ha completamente sovvertito.

Come funzionava l’uso del plasma nel protocollo Pavia-Mantova? E cosa cambia col progetto Tsunami?

Si prende il plasma dai pazienti convalescenti e lo si immette in pazienti ancora ammalati. Ma mentre nel protocollo Pavia-Mantova i pazienti arruolati avevano una grave forma di insufficienza respiratoria che richiedeva ventilazione meccanica, nel progetto Tsunami si arruolano solo pazienti che non richiedono la ventilazione meccanica.

Ma questo accade perché i pazienti in ventilazione meccanica scarseggiano?

No, lo fanno perché lo studio è stato concepito così.

Voi avevate più esperienza.

È indubbio che Mantova e Pavia hanno la maggiore esperienza, non so quanti centri in Italia abbiano trattato centinaia di pazienti col plasma come noi.

Ma questa vostra esperienza è stata presa e messa in un cassetto; al momento in Italia non la usiamo?

No, è stata presa dagli americani, che hanno attivato il nostro protocollo e la Fda ha autorizzato l’uso del plasma. L’importante è che passi il messaggio, non importa dove. Io sto collaborando con il Perù e altri paesi dell’America Latina: l’importante è salvare vite, non dove si salvano.

Ma ha avuto contatti diretti con la Fda?

No, ma il nostro studio è stato il primo registrato nel mondo occidentale sull’uso del plasma e questo fa letteratura, immagino che un ente come la Fda abbia consultato tutta la letteratura. Il nostro lavoro inizia a essere citato nelle metanalisi di altri studi. Ha posto dei pilastri dai quali non è possibile allontanarsi.

Il suo studio è stato citato dallo studio della Mayo Clinic?

Non credo, ma ci sono studi osservazionali che lo citano.

A che punto è l’uso del plasma in Italia?

Il progetto Tsunami è operativo, ha arruolato alcuni pazienti e sono stati attivati i centri. Anche a Mantova, dove a capo ci siamo io e il dottor Franchini, così come in altre città, il progetto è operativo. Spero che lo studio in futuro sia accantonato, perché vorrà dire che in Italia non ci sarà una seconda ondata, ma se succedesse il peggio, avremo un’arma in più.

Quindi adesso anche in Italia stiamo usando il plasma?

Molte città lo usano da settimane o anche da mesi: a oggi sempre più centri utilizzano il plasma