COVID A MILANO PRIMA DI WUHAN?/ “No, così il nostro studio smonta l’accusa cinese”

Il caso del bambino con i sintomi del morbillo ma che in realtà aveva il Covid a novembre 2019 non dimostra affatto che il virus circolasse a Milano prima che a Wuhan .Possiamo solo dire che finora le evidenze emerse in letteratura ci confermano che il virus ha avuto origine in Cina tra ottobre e novembre. Noi abbiamo analizzato una porzione del genoma conservato che non ci permette di caratterizzare maggiormente il ceppo.

“No, assolutamente no. Ci tengo a sottolinearlo: la nostra ricerca non suggerisce affatto che il virus circolasse a Milano prima che a Wuhan”. Antonella Amendola, professore di Igiene pubblica nell’Università Statale di Milano, respinge con decisione l’ipotesi, avanzata dal Global Times, tabloid in lingua inglese del Quotidiano del Popolo, l’organo del partito comunista cinese, che il Covid fosse presente in Italia ben prima che fosse scoperto in Cina. A dimostrare che il virus Sars-Cov-2 circolava da noi già da novembre 2019 è proprio uno studio dell’Università Statale di Milano, pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases, in cui si cita il caso di un bambino di 4 anni andato in ospedale con i sintomi del morbillo e che mesi dopo si è scoperto essere Covid-19.

Che cosa avete scoperto con il vostro studio?

Abbiamo condotto uno studio retrospettivo, partendo dal sistema di sorveglianza del morbillo e della rosolia, molto sensibile e capillare, che riesce a captare tutti i casi segnalati sul territorio dai medici di base e dalle Ats milanesi che si manifestano in pazienti con malattie esantematiche. A questi pazienti vengono prelevati campioni biologici che poi arrivano a noi, come laboratorio di riferimento, dove procediamo alla conferma o meno della presenza del virus del morbillo o della rosolia.

A quel punto che cosa può succedere?

Sui positivi tendenzialmente caratterizziamo geneticamente attraverso amplificazioni e sequenziamenti i ceppi circolanti, così da poterne seguire le rotte di diffusione dell’infezione.

E sui negativi?

Non li confermiamo, ovviamente, come casi di morbillo e rimangono, in anonimato, nelle biobanche come casi scartati.

Questo è il contesto. Come siete arrivati a individuare il bambino di 4 anni infettato dal virus Sars-Cov-2?

Soprattutto durante la prima ondata pandemica in Lombardia, abbiamo iniziato a seguire in letteratura le prime segnalazioni che arrivavano anche dai dermatologi, perché tra i sintomi di Covid ci sono in alcuni casi manifestazioni esentematiche, a volte simili a quelle delle comuni infezioni. In primavera, poi, è stato pubblicato uno studio molto importante, in campo ambientale, in cui veniva dimostrata la presenza dell’Rna del virus Sars-Cov-2 nelle acque reflue di Milano in campioni prelevati il 18 dicembre. A questo punto abbiamo messo a punto un sistema per amplificare e sequenziare il virus nei 39 campioni negativi intercettati nell’autunno 2019, uno dei quali è risultato ripetutamente positivo all’Rna di Sars-Cov-2.

Qui sta l’importanza del vostro studio?

Esatto. L’importanza sta proprio nel ritrovamento, in un campione inizialmente prelevato come fosse caso sospetto di morbillo, di una porzione dell’Rna del virus che causa il Covid già a dicembre dell’anno scorso. E quello che abbiamo scoperto è stato inserito scrupolosamente nella pubblicazione scientifica riportata da una prestigiosa rivista americana.

Si è detto che questo studio rivoluziona le conoscenze sulla diffusione spazio-temporale del nuovo coronavirus. In che senso?

Dimostra con evidenza che il Covid era presente a Milano già tre mesi prima del ritrovamento del primo caso a Codogno.

Il famoso paziente 1…

Che 1 non è mai stato e probabilmente non sarà il paziente 1 né zero neppure il bambino di 4 anni. Quello che possiamo dire è che il virus è penetrato silentemente, anche con ingressi multipli, sul nostro territorio per poi propagarsi indisturbato per diverse settimane.

Non essendo morbillo, non vi è venuto il sospetto che fosse qualcos’altro legato a forme virali influenzali?

Non spetta a noi questo compito, non siamo un laboratorio diagnostico, ma di secondo livello, in cui dobbiamo solo confermare ed eventualmente caratterizzare geneticamente il morbillo che circola a Milano. Non dobbiamo fare una diagnosi differenziata.

Dalla vostra ricerca si può identificare qual è il ceppo originario di questo virus?

No. Sarebbe stato utilissimo, ma non ci siamo riusciti perché si trattava di un residuo di campione. Per fare un’analisi filogenetica in grado di datare e caratterizzare il ceppo avremmo avuto bisogno della sequenza dell’intero genoma.

Ma si può dire se è un ceppo autoctono o importato?

Possiamo solo dire che finora le evidenze emerse in letteratura ci confermano che il virus ha avuto origine in Cina tra ottobre e novembre. Noi abbiamo analizzato una porzione del genoma conservato che non ci permette di caratterizzare maggiormente il ceppo.

I cinesi intanto stanno utilizzando la vostra ricerca per affermare che “l’Italia ha potenzialmente avuto una diffusione del Covid-19 prima di Wuhan”, come scrive il sito del Global Times. È una lettura strumentale o è un’ipotesi scientificamente plausibile che il virus sia circolato prima in Italia che in Cina?

No, assolutamente no. Ci tengo a sottolinearlo: la nostra ricerca non suggerisce affatto questo. Ci dice che in un tampone eseguito il 5 dicembre a Milano c’era una sequenza del virus Sars-Cov-2. Viviamo in un mondo globalizzato in cui gli spostamenti aerei ci permettono di raggiungere velocemente paesi anche molto lontani e tanto velocemente si muovono gli agenti patogeni. Del resto, è la lezione che la Sars ci aveva fornito nel 2003: dopo due o tre giorni il virus aveva raggiunto già quattro continenti.

Uno studio inglese sulle mutazioni di Sars-Cov-2 sostiene in maniera convincente che il virus sia passato all’uomo tra l’inizio di ottobre e l’inizio di dicembre, con grande probabilità in Cina. Se avessimo saputo, dalla Cina o dall’Oms, che il virus circolava già allora si può dire che sarebbe cambiata l’intera storia dell’epidemia, soprattutto in Lombardia?

Difficile rispondere. Ma si può dire che sicuramente la sorveglianza virologica territoriale delle malattie infettive, ancor più di quelle emergenti, è uno strumento fondamentale per un’adeguata risposta alle emergenze pandemiche.

A tal proposito, che cosa insegna questa vicenda?

I sistemi di sorveglianza virologica territoriale sono fondamentali, perché permettono, da un lato, di identificare patogeni emergenti e, dall’altro, di monitorare la diffusione di queste infezioni. Questi sistemi vanno quindi implementati. La parola d’ordine deve essere: sorvegliare, sorvegliare, sorvegliare.

(Marco Biscella)