Così mentre Conte fa “brain storming”, l’Ilva si sta spegnendo

Lunedì scorso l’ad di Arcelor Italia, Lucia Morselli, in una lettera ai dipendenti aveva parlato della necessità di “attuare un piano di ordinata sospensione di tutte le attività”. Così sta avvenendo, a una velocità più rapida di quanto prevedibile

Sono passate più di 120 ore da quando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto, giovedì scorso, di prendersi 48 ore per cercare una soluzione per l’Ilva in seguito al disimpegno di ArcelorMittal. Purtroppo il governo sta perdendo ulteriormente tempo. Conte non riesce a convincere il M5s a ripristinare le tutele legali per la multinazionale dell’acciaio, dopo che il Parlamento le ha eliminate in ottobre dando alla società un solido appiglio legale per recedere dal contratto di affitto dello stabilimento, firmato un anno fa, e non procedere all’acquisto. Conte ha chiesto ai ministri un concorso di idee per pensare a come rimediare alla situazione. Purtroppo per il brain storming non c’è molto tempo perché l’acciaieria e i suoi impianti sono avviati a uno spegnimento sarà estremamente difficile rimediare.

 

Lunedì scorso l’ad di Arcelor Italia, Lucia Morselli, in una lettera ai dipendenti, aveva scritto che è stato richiesto all’amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti di cui Arcelor è affittuario e gestore, di “riassumersi entro 30 giorni la responsabilità della gestione”. Nel frattempo, scriveva Morselli, “sarà necessario attuare un piano di ordinata sospensione di tutte le attività a cominciare dall’area a caldo che è la più esposta a rischi derivanti dall’assenza di protezioni legali”. E così sta avvenendo, a una velocità più rapida di quanto prevedibile.

Dalla settimana scorsa, Arcelor ha fermato i rifornimenti di carbon fossile e dei minerali necessari a mantenere attivi gli altiforni. Il livello delle materie prime stoccate all’interno del siderurgico è minimo e probabilmente sufficiente ad alimentare gli altiforni per meno di dieci di giorni, secondo fonti sindacali. Un altoforno può tollerare la sospensione dell’attività per manutenzione per poche ore o qualche giorno ma deve mantenere una temperatura di oltre 1.000 gradi per riprendere l’attività. Con un fermo prolungato e il relativo spegnimento è impossibile riuscire a riattivarlo in tempi brevi. L’acciaieria di Taranto è a ciclo integrale – produce e lavora acciaio – e continuo – gli impianti devono marciare h24. La situazione è ancora più critica perché da sette anni – dalla fine della gestione dei Riva che avevano lasciato gli impianti in buone condizioni e in grado di generare profitti – è iniziata una lenta e graduale decozione, al punto che gli altiforni rimasti in uso non possono reggere il colpo. Gli altiforni attivi sono il n. 1 e il n. 4, il primo più vecchio, il secondo costruito con il raddoppio dell’acciaieria negli anni 70. Il n. 2 è sotto sequestro ordinato a luglio e motivato da un incidente mortale per un operaio nel 2015 che, come ha scritto l’ingegnere Biagio De Marzo in una lettera inviata alla magistratura e pubblicata sul Foglio il 12 novembre, non deriva da un malfunzionamento, come da ipotesi investigative, ma da errore umano nell’esecuzione di una manovra non codificata. Il forno n. 5 è fermo e da ricostruire, Arcelor avrebbe dovuto cominciare i lavori. Il n. 3 è in demolizione.

La capacità produttiva dell’Ilva è dunque inferiore alla metà del potenziale massimo di 10 milioni di tonnellate, ed è difficile che quest’anno arrivi a 4 milioni. Secondo De Marzo, già dirigente siderurgico a Taranto, Terni e Sesto S. Giovanni e tra gli ingegneri istruiti dalla Nippon Steel che negli anni 70 avviò una collaborazione con l’Italsider, “se non vengono alimentati gli altiforni rimasti la chiusura è compiuta”, dice al Foglio. “Se la consegna dello stabilimento ai commissari non avviene immediatamente, nel giro di poche ore, si troveranno a gestire uno stabilimento spento. Certo – aggiunge De Marzo – ammesso che la struttura commissariale si doti di competenze siderurgiche di massimo livello che oggi non ha”.

I nuovi commissari nominati da Luigi Di Maio, da ministro artefice del caos, sono Francesco Ardito (avvocato, dirigente dell’Acquedotto pugliese, già ufficiale GdF), Antonio Cattaneo (revisore contabile e responsabile nazionale della divisione Forensic di Deloitte) e Antonio Lupo (avvocato). Difficile trovare manager validi in Italia dal momento che gli ingegneri dell’Ilva dei Riva sono in parte migrati in Arvedi e in parte sono impegnati in tribunale per l’inchiesta “ambiente svenduto”, origine del tracollo industriale nel 2012 e ancora in fase di dibattimento. E gli ultimi vecchi italsiderini sono ultra ottantenni. Non solo non sarà possibile produrre acciaio, ma sarà impossibile lavorarlo, in quanto l’area a freddo, i laminatoi e i tubifici sono alimentati con energia elettrica generata dal gas degli altiforni. Spegnerli significa “black out”. Discutere di cause legali ad ArcelorMittal e scudi penali sta perdendo di senso perché a breve verrà meno l’oggetto del dibattito: il siderurgico.