Così i governi hanno imparato a bloccare internet

Dalla notte del 2011 in cui l’Egitto è sparito dalla rete ai blocchi iraniani delle ultime settimane passando per l’India, una storia illiberale. Secondo uno studio di Access Now, nel 2018 ci sono stati 196 casi tra India, Sri Lanka, Etiopia, Russia, Indonesia, Algeria, Benin e altre nazioni. Nel 2019, gli episodi sono cresciuti: 175 in 35 paesi. In cima alla classifica non c’è un regime ma la più popolosa democrazia del mondo, l’India, dove nel 2018 il governo ha bloccato internet 134 volte a livello locale. Le interruzioni di internet, considerate dalle Nazioni Unite violazioni dei diritti umani, variano dalla limitazione della larghezza di banda alla disconnessione totale passando per perturbazioni del servizio di connessione a banda larga o mobile, dei social network e delle app di messaggistica.

C’erano tutti gli elementi del romanzo distopico in quel giorno di rivoluzione in Egitto, venerdì 28 gennaio 2011. Al Cairo, le proteste contro il regime si erano trasformate in scontri, tra il fumo dei lacrimogeni, le sirene delle ambulanze, gli incendi, il coprifuoco, le grida di migliaia di persone. E la disconnessione del paese dal mondo. Non è accaduto all’improvviso. Il governo nella notte aveva ordinato ai fornitori di servizi internet di bloccare le connessioni internazionali. Alle 00:34, la società di monitoraggio di traffico online Renesys osservava la scomparsa dell’Egitto dalla rete, anche se ci sono volute ore affinché il blocco diventasse quasi totale.

Il giorno in cui internet è morto in Egitto è considerato l’anno zero di un fenomeno che ha raggiunto il suo culmine il 15 novembre scorso, quando gli ayatollah iraniani, minacciati da nuove proteste, hanno ordinato la disconnessione del paese dalla rete. L’isolamento è durato quasi una settimana, lasciando fuori dal blocco istituzioni governative, finanziarie, sedi della diplomazia, permettendo così al governo di mantenere una finestra sul mondo, benché la connettività fosse scesa al 5 per cento.

Il regime è nervoso, “iper conscio di quanto avviene in Libano e Iraq”, dove si protesta contro i governi locali e l’influenza di Teheran, e dove anche le autorità di Baghdad hanno a tratti congelato internet, spiega al Foglio Innovazione Mahsa Alimardani, ricercatrice all’Oxford Internet Institute che studia l’accesso all’informazione online in Iran. Il blocco iraniano mirava ad avere un effetto sulla mobilitazione ma anche a sopprimere le notizie sugli oltre cento morti civili negli scontri. Dalle proteste del 2009, quando internet era stato bloccato soltanto per 45 minuti, il governo iraniano avrebbe lavorato fino a oggi all’idea di un’intranet, una rete domestica slegata da quella globale e monitorabile dalle autorità.

L’infrastruttura iraniana di telecomunicazioni è composta da due punti di interscambio principali che permettono a circa 170 Isp di far fluire il traffico. Per bloccare l’intero sistema “occorre un alto grado di coordinamento”, dice Alimardani. NetBlocks, organizzazione che monitora la sicurezza informatica e la governance di internet, sostiene che sarebbero servite ben 24 ore per bloccare l’intero sistema: non esiste infatti un interruttore on-off. Il regime iraniano pianifica da tempo questa mossa, ne è convinta Melody Patry, Advocacy Director di Access Now, gruppo internazionale per la difesa di internet aperto. Benché ai fini dei governi le interruzioni della rete si rivelino spesso controproducenti, dice Patry, perché rafforzano le motivazioni della protesta, i blocchi sono oggi in aumento. Secondo uno studio di Access Now, nel 2018 ci sono stati 196 casi tra India, Sri Lanka, Etiopia, Russia, Indonesia, Algeria, Benin e altre nazioni. Nel 2019, gli episodi sono cresciuti: 175 in 35 paesi. In cima alla classifica non c’è un regime ma la più popolosa democrazia del mondo, l’India, dove nel 2018 il governo ha bloccato internet 134 volte a livello locale. Le interruzioni di internet, considerate dalle Nazioni Unite violazioni dei diritti umani, variano dalla limitazione della larghezza di banda alla disconnessione totale passando per perturbazioni del servizio di connessione a banda larga o mobile, dei social network e delle app di messaggistica.

Se è stato il 2011 a focalizzare l’attenzione internazionale sul fenomeno, c’è una differenza sostanziale tra l’anno zero egiziano e il caso iraniano: la “dipendenza dalla connettività internazionale”, dice Jan Rydzak, ricercatore di Ranking Digital Rights. Ci spiega come la creazione di un’intranet domestica serva all’Iran a essere indipendente dalla rete globale. Il National Information Network aspira a imitare il Great Firewall cinese, ma la stabilità della rete iraniana non può però competere con quella cinese. “Oggi, il sistema è quasi completato in Iran. L’ultimo shutdown è stato la prova del fuoco. Tenere attivi i legami comunicativi mantenendoli però sotto sorveglianza permette al governo di calmare la rabbia delle persone spingendole verso un sistema controllato. E’ ingegneria della rete e allo stesso tempo ingegneria sociale”.