COSÌ FRANCIA E ITALIA SI STANNO FONDENDO SUL PIANO PRODUTTIVO: DA PSA-FCA A LUXOTTICA (E LA MODA)

 La Francia è spesso l’attore più forte, francesi sono nella maggior parte dei casi gli azionisti di controllo e i manager che decidono. Ma non sempre. E se si tratta di una conquista coloniale da Nord a Sud delle Alpi con gli strumenti del ventunesimo secolo, essa è condotta con sapienza psicologica. Senza strappi, senza evidenti istinti imperiali. Chi conquista non dimentica che anche chi è conquistato ambisce a un posto a tavola — un trattamento da pari — per far funzionare la fusione. Chi conquista come chi è conquistato ha ben presenti qualità e competenze dell’altro, i benefici e soprattutto l’assenza di alternative per entrambi.

Dietro il progetto europeo c’è sempre stata l’idea che certi Paesi avrebbero finito per condividere in parte leggi, istituzioni, mercati e diritti dei cittadini. Dalla rinuncia alla sovranità esclusiva da parte di ciascuno degli Stati partecipanti ha preso forma una nuova sovranità sempre parziale, ma in alcuni ambiti esclusiva o preminente.

Gli architetti di quel progetto non avevano immaginato però la domanda successiva: dentro questo insieme è pensabile che due Paesi europei mantengano istituzioni nazionali e sistemi politici distinti, ma elementi di fusione fra loro – non necessariamente alla pari – si cristallizzino nella produzione e vendita di beni e servizi? Due nazioni di tradizione antica, in parte comune, con vaste influenze reciproche ma diverse come Italia e Francia possono diventare — almeno in parte — un solo sistema sul piano industriale e finanziario? Ha senso che si integrino così tanto nel

La fusione fra Fca e Psa Peugeot, l’ingresso del gruppo Borsa Italiana nella parigina Euronext (con le banche di sviluppo pubbliche delle due parti appaiate nel capitale) e l’assestarsi dell’integrazione Luxottica-Essilor pongono esattamente queste domande. Sono solo gli ultimi, importanti esempi di centinaia di aggregazioni franco-italiane o italo-francesi dall’avvio dell’euro. E probabilmente non finisce qui. Un recente rapporto di Andrea Filtri di Mediobanca vede come percorribile la strada di un matrimonio fra Bnp Paribas e Unicredit dopo la recessione da Covid, per esempio. Di certo questa o qualunque altra fusione nell’industria del credito – fra i candidati, secondo osservatori di mercato, ci sono anche Crédit Agricole e Banco Bpm – finirebbe per legare davvero in maniera inestricabile la stabilità finanziaria dei due Paesi.

La Francia è spesso l’attore più forte, francesi sono nella maggior parte dei casi gli azionisti di controllo e i manager che decidono. Ma non sempre. E se si tratta di una conquista coloniale da Nord a Sud delle Alpi con gli strumenti del ventunesimo secolo, essa è condotta con sapienza psicologica. Senza strappi, senza evidenti istinti imperiali. Chi conquista non dimentica che anche chi è conquistato ambisce a un posto a tavola — un trattamento da pari — per far funzionare la fusione. Chi conquista come chi è conquistato ha ben presenti qualità e competenze dell’altro, i benefici e soprattutto l’assenza di alternative per entrambi.

Difficile dire fin dove arriverà questo processo, ma sul piano produttivo Italia e Francia hanno iniziato a fondersi: i numeri non permettono di pensare ad altro. Un rapporto della società di consulenza Kpmg per «L’Economia» mostra che le acquisizioni di imprese italiane da parte di imprese francesi dal 2007 fino a settembre sono state 344 per un valore delle transazioni di 47,3 miliardi di euro; nella direzione opposta, le acquisizioni di società francesi da parte di società italiane (o con primari azionisti italiani) sono state 177 per un valore di 37,8 miliardi. Se si va più indietro, dall’inizio del secolo i francesi hanno comprato in Italia 364 aziende (ultima, la conceria lombarda Gaiera Giovanni da parte di Chanel in agosto) con transazioni per 73 miliardi. Sempre dal Duemila, gli italiani hanno invece messo a segno acquisizioni per 41 miliardi.

Grandezze simili — soprattutto a partire dalla cesura della crisi finanziaria — sembrano riflettere la diversa dimensione dei due Paesi, con la Francia più grande dell’Italia di circa il 10% sul piano demografico e un po’ di più su quello del prodotto lordo. Se si guarda meglio, tuttavia, emerge una differenza nell’integrazione produttiva fra i due lati. Nel caso dell’Italia il valore totale delle acquisizioni dell’ultimo ventennio è dominato da un’unica, grande operazione voluta da un solo imprenditore unico per determinazione e talento: Leonardo Del Vecchio e il suo matrimonio da 25 miliardi di euro con la francese Essilor condotto quasi alla pari, ma in realtà con Del Vecchio decisore ultimo, per formare un colosso globale nell’occhialeria. L’altra operazione realmente rilevante concepita in Italia — Fincantieri sui Chantiers de l’Atlantique-Stx France — non è grande finanziariamente anche se di notevole significato strategico (sempre che l’Antitrust di Bruxelles la permetta).

Dal lato francese invece emergono elementi diversi. C’è una profonda conoscenza diffusa del tessuto italiano, che alimenta un movimento di sistema verso i settori e le imprese promettenti: dal lusso (fra i tanti Bulgari e Loro Piana comprati da Lvmh, Pomellato comprato da Kering), alla gestione del risparmio (Pioneer comprata da Amundi), al credito bancario (Bnl comprata da Bnp, quindi la presenza diffusa di Crédit Agricole), al credito al consumo (Findomestic comprata da Bnp), all’assicurazione (gli attivi di Montepaschi ceduti a Axa), all’energia (EdF su Edison). Solo attraverso il canale bancario l’esposizione creditizia transalpina sull’Italia è ormai colossale, a 330 miliardi di dollari secondo la Banca dei regolamenti internazionali.

Cosa cercano i francesi da questa parte delle Alpi? Naturalmente buone aziende da sviluppare e far fruttare, quindi talento manageriale da importare (gli italiani Toni Belloni, Pietro Beccari e Andrea Guerra sono ai vertici di Lvmh a Parigi). Osserva Fabio Gallia, direttore generale di Fincantieri ed ex top manager di Bnl e Bnp Paribas: «I francesi ci stiamo molto più di quanto noi non percepiamo». C’è però probabilmente un aspetto più complesso, perché è sempre più chiaro che in Italia i francesi cercano anche dimensioni per competere sul piano globale e tenere testa in Europa alla Germania. Nel caso della fusione formalmente alla pari fra Fca e Peugeot, il controllo di fatto e la guida manageriale va alla parte francese ma è la parte italo-americana che porta al gruppo un ruolo globale. Nel caso di Euronext-Borsa Italiana, oggi il gruppo quotato a Parigi capitalizza appena 6,2 miliardi contro i 24 di Deutsche Börse; per questo Euronext si indebita e i suoi soci si diluiscono pur di conquistare quello che diverrà di netto il suo primo mercato.

Pranzi e dessert

E cosa cerca l’Italia accettando la fusione produttiva con la Francia? «Gli scambi con la Francia ci hanno notevolmente aiutato nella crescita del capitale umano o nei processi produttivi — dice Gallia —. E naturalmente viceversa, noi abbiamo aiutato loro». Di certo molte imprese italiane, non solo nel lusso, oggi sono più prospere e danno molto più lavoro grazie alla superiore capacità francese di strutturare la crescita dimensionale. Ma anche qui c’è un lato più complesso, perché il concretissimo interesse francese nella stabilità dell’Italia oggi è sempre più visto da ciò che dalle élite milanesi e soprattutto romane come un’assicurazione di fronte alla minaccia costante del debito pubblico. Di certo a Bruxelles su quasi tutti i dossier economico-finanziari distinguere fra le posizioni di Roma e di Parigi è quasi impossibile. Anche se in Italia — Piemonte e Val d’Aosta esclusi — il formaggio per dessert resta sempre un’eresia.