Cosa non torna nel nuovo decreto del governo sul coronavirus

Nel documento approvato stanotte ci sono scarsa chiarezza nella scelta dei termini e spiegazioni tecniche insufficienti per giustificare alcuni provvedimenti. E le regioni esprimono dubbi

Dopo il grave inciampo nel quale è incorso il governo nella serata di ieri per avere diffuso alla stampa una bozza del decreto che preannunciava il divieto per ogni persona fisica di entrare e uscire dalla Lombardia e da ben altre 9 province (poi divenute 14), e dopo avere rischiato un fuggi fuggi generale di migliaia di persone dal nord al sud d’Italia, il premier Giuseppe Conte è stato costretto in nottata, com’era prevedibile per evitare guai maggiori, ad accelerare la firma e la pubblicazione delle nuove misure per mezzo delle quali l’esecutivo spera di contenere la diffusione del coronavirus.

Lombardia e 14 province in quarantena. Ecco il nuovo decreto

Il nuovo provvedimento del governo allarga la zona rossa a tutta la Lombardia e ad altre 14 province fino al 3 aprile. Il sistema sanitario del nord è in difficoltà

Il nuovo provvedimento prevede l’aggravamento delle limitazioni alla libertà di circolazione, atteso che dispone innanzitutto di evitare d’entrare e uscire dai territori della Lombardia e di ben altre 14 province sparse fra il Piemonte, l’Emilia-Romagna, il Veneto e le Marche e di spostarsi all’interno delle medesime aree.

Si deve evitare così di: 1) entrare o uscire dalla Lombardia e da ogni singola provincia elencata, 2) passare da una provincia all’altra fra quelle facenti parte della cosiddetta zona arancione, 3) spostarsi all’interno di ogni singola provincia da un comune all’altro, 4) spostarsi all’interno del medesimo comune.

Salvo che per comprovate esigenze di lavoro o per motivi di salute, pertanto, deve essere evitato qualsiasi tipo di spostamento, mentre l’esercizio di attività produttive di beni e servizi, come detto, può giustificare la deroga al divieto generale e consentire cosi lo spostamento di uomini e merci.

Non si tratta, in altre parole, di un loockdown vero e proprio, ma di un’ampia limitazione della libertà di circolazione, il cui esercizio rimane consentito solo per soddisfare un numero limitatissimo di primarie esigenze individuali e per non bloccare l’intero sistema economico delle regioni settentrionali.

Ciò che salta subito all’attenzione, tuttavia, è il mancato utilizzo nel decreto delle locuzioni classiche del linguaggio giuridico del tipo “ è vietato” o “ è fatto divieto”, sostituite per l’occasione con la meno impegnativa e cogente raccomandazione “evitare”. Singolarità che appare ancora più evidente se solo si considera che all’interno dello stesso documento il presidente Conte ha utilizzato in maniera chiara e inequivocabile il verbo “vietare” allorché ha disposto il “divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura di quarantena ovvero risultati positivi al virus”. Probabilmente vi è la consapevolezza da parte del governo della estrema difficoltà di compiere l’ulteriore passo di ordinare il blocco di qualsiasi attività umana nelle zone rosse e, ancora prima, di giustificare una misura così grave sotto il profilo scientifico e di renderla poi effettiva sotto l’aspetto della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Sulla questione dell’ulteriore limitazione della mobilità introdotto col nuovo decreto si gioca, infatti, una partita fondamentale, non solo per la credibilità del governo, ma anche per il livello di tensione sociale generale che può diffondersi ogni oltre ragionevole misura in ampi strati della popolazione italiana. Innanzitutto rimangono oscure, per la seconda volta dopo l’adozione del precedente decreto del 4 marzo, le indicazioni mediche prescritte dal Comitato tecnico scientifico che svolge attività di supporto alle decisione assunte dall’esecutivo. Anche nel nuovo provvedimento, Conte si limita ad accennare allo svolgimento di una seduta dell’organo consultivo, ma non cita alcun passaggio delle valutazioni tecnico-scientifiche che lo avrebbero indotto all’inasprimento delle misure già adottate 4 giorni addietro, né il verbale della seduta è reso pubblico con altre modalità.

La questione non è priva di rilevanza, sia in ragione del fatto che quanto più grave si fa la limitazione delle libertà fondamentali tanto più credibili e plausibili, sotto il profilo scientifico, devono apparire le ragioni che la impongono, sia perché stanno emergendo alcune contestazioni in ordine alla proporzionalità delle misure imposte dal governo nazionale.

Il Comitato tecnico-scientifico a supporto dell’Unità di crisi della Regione Veneto, ad esempio, ha contestato all’esecutivo nazionale l’inasprimento delle misure adottate con l’ultimo decreto per le provincie di Padova, Treviso e Venezia e ciò per la ragione che i cluster appaiono nei predetti territori circoscritti e non interessano allo stato attuale in maniera diffusa la popolazione generale. Nello stesso momento, tuttavia, il comunicato del comitato veneto dà conto di come sul cluster del comune di Vò  “le misure di mitigazione di sanità pubblica applicate abbiano bloccato il diffondersi dell’infezione passando da circa il 3% di positività allo 0,05%”.

Inutile negare poi che l’effittività della limitazione delle libertà di circolazione e di riunione imposta a milioni di persone dipenda dalla capacità di organizzare un efficiente apparato amministrativo che in maniera capillare riesca ad assicurare, con la moral suasion prima e con l’eventuale minaccia dell’uso della forza dopo, il rispetto delle prescrizioni impartite. Il governo, insomma, è chiamato a dimostrare di essere pronto e capace di assicurare il rispetto delle prescrizioni che impartisce a tutela della salute individuale e collettiva.

Allo stesso modo non appare realistico confidare nella spontanea e fattiva collaborazione di milioni di cittadini, in un momento di così grave crisi, se si continua a perseverare nell’adozione di provvedimenti giuridici che peccano oltre misura per chiarezza e non dimostrano una decisa presa di posizione nella guida del paese.