Coronavirus, Vespignani: «La pandemia si sposta. L’Occidente si è protetto, ora tocca ai Paesi in via di sviluppo»

Il fisico Vespignani: colpiti Paesi senza strutture. E ora c’è l’Africa dove la curva sta salendo. . Qui stiamo parlando di nazioni dove è oggettivamente difficile applicare misure come il distanziamento sociale. Per non parlare delle risorse sanitarie. Pensiamo all’India rurale, giusto per fare un esempio. In questi mesi nelle nostre città noi abbiamo ragionato sulle unità di terapia intensiva. In molte aree dell’India il problema è molto più radicale: ci sono ospedali, ci sono sale di pronto soccorso?».

«Ogni giorno che passa i Paesi occidentali diventano più forti, più attrezzati contro il virus. Ma il resto del mondo ha oggettive difficoltà e dobbiamo esserne consapevoli». Alessandro Vespignani, 55 anni, fisico informatico, è il direttore del Laboratory for the modeling of biological and Socio-technical Systems, alla Northeastern University di Boston. È uno dei massimi esperti di «epidemiologia computazionale», la scienza che studia la dinamica del contagio. Lo abbiamo sentito al telefono.

Gli ultimi dati segnalano la crescita tumultuosa dei casi in Paesi come Brasile, India, Messico…
«Purtroppo non è una sorpresa. Il coronavirus si è diffuso seguendo i flussi di viaggio più battuti. Si è spostato prima in Europa, poi negli Stati Uniti e ora tocca questi altri Paesi. Sono in arrivo nuove difficoltà sia dal punto di vista epidemiologico che socio-economico. Qui stiamo parlando di nazioni dove è oggettivamente difficile applicare misure come il distanziamento sociale. Per non parlare delle risorse sanitarie. Pensiamo all’India rurale, giusto per fare un esempio. In questi mesi nelle nostre città noi abbiamo ragionato sulle unità di terapia intensiva. In molte aree dell’India il problema è molto più radicale: ci sono ospedali, ci sono sale di pronto soccorso?».

L’Occidente deve aiutare?
«Se ci riesce. Però realisticamente è complicato. In questa epidemia abbiamo visto quanto sia stato difficile dare una mano a noi stessi. Teniamo presente che il giro non è ancora finito. Il Covid-19 può trovare un altro polmone in Africa. Per ora lì la curva è indietro, ma sta salendo».

L’Europa al momento sta pensando soprattutto a proteggersi, chiudendo i confini con i Paesi a più alto tasso di crescita dei contagi…
«Ha le sue ragioni. Ma è chiaro che questo aprire e chiudere avrà un grande impatto sul circuito economico. È il risultato di scelte fatte nei mesi passati. Dipende dalla mancanza di sincronia nell’adozione del lockdown. L’Occidente si è mosso in ordine sparso e ora ci sarà un conto da pagare per quell’atteggiamento. Pensiamo solo al blocco del turismo americano in Europa».

Negli Usa la situazione è confusa. Lo sciame del contagio si è spostato dalla Costa Est verso altri Stati, come Texas, Florida, Arizona…
«Gli Stati Uniti, lo sappiamo, non sono un monolite. Ci sono stati approcci diversi nei vari territori. Il risultato è che ora ci sono barriere interne: lo Stato di New York ha annunciato che metterà in quarantena i cittadini in arrivo dalle aree più contagiate. Anche questo è l’esito di uno sfasamento nell’affrontare l’emergenza».

Ci sono due cifre che sembrano in contraddizione. Negli ultimi 15 giorni i positivi sono stati 35 mila, il 40% in più; mentre i morti sono 833, -30%. Come si spiega?
«Sono numeri che vanno interpretati con cautela. Certamente l’aumento dei test su una parte del territorio americano ha fatto emergere un maggior numero di contagiati. Seconda considerazione: il virus sta colpendo una fascia di età più giovane. Gli anziani, ormai, hanno capito che devono proteggersi. I giovani, invece, pensano di poter tornare alla piena normalità. Però attenzione: i numeri sui decessi sono in genere in ritardo di un paio di settimane rispetto a quello dei contagi»