Coronavirus, «tutti i malati sviluppano anticorpi entro 19 giorni. E non ci si riammala»

Una buona notizia da uno studio appena pubblicato. Gli anticorpi ci sono in tutti i malati, ora resta da scoprire se ci proteggono e per quanto. Intanto smentite le notizie di seconde infezioni: erano falsi positivi

Uno studio cinese pubblicato il 29 aprile su “Nature Medicine” dà una buona notizia: tutte le persone entrate in contatto con il virus sviluppano anticorpi. Non era scontato ed è un buon punto di partenza per i test sierologici che sono attualmente in circolazione anche in Italia.

Anticorpi in tutti entro 19 giorni

Gli autori scrivono: “Segnaliamo risposte anticorpali acute a SARS-CoV-2 in 285 pazienti con COVID-19. Entro 19 giorni dall’esordio dei sintomi, il 100% dei pazienti è risultato positivo all’immunoglobulina G (IgG) antivirale. La sieroconversione per IgG e IgM si è verificata contemporaneamente o in sequenza. Entrambi i titoli di IgG e IgM hanno raggiunto il plateau entro 6 giorni dalla sieroconversione. I test sierologici possono essere utili per la diagnosi di pazienti sospetti con risultati RT-PCR negativi e per l’identificazione di infezioni asintomatiche”.

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Non basta per sapere se siamo immuni

Quindi il 100% dei pazienti trattati ha sviluppato gli anticorpi che risultano essere la “memoria” del nostro corpo all’infezione (IgG) e anche quelli che indicano la primissima risposta all’attacco del virus (IgM). Altro passo sarà quello di capire (con studi successivi) se gli IgG siano anche protettivi e per quanto tempo. Ora se qualcuno risulti avere gli anticorpi, potrà essere sottoposto a tampone per capire se sia ancora infettivo (QUI spieghiamo perché è necessario anche il tampone) e un domani potremmo capire per quando tempo e se sarà immune. “Lo studio di oggi è importante, perché ci dice che chi ha avuto infezione sviluppa gli anticorpi, cosa che qualcuno metteva in dubbio per via delle recidive. Ora però dobbiamo essere sicuri che siano protettivi, e a lungo termine. La notizia comunque è buona, anche in prospettiva vaccino”, ha dichiarato il direttore del dipartimento malattie infettive dell’Iss, Gianni Rezza. «Buona notizia: seppure in quantità variabili, i pazienti guariti da COVID-19 producono anticorpi contro il virus. Questo è bene perché rende affidabile la diagnosi sierologica e, se gli anticorpi fossero proteggenti, promette bene per l’immunità», scrive il virologo Roberto Burioni su twitter .

Gli anticorpi ci proteggono?

Come detto, è una buona notizia e adesso ci restano da capire due altri fattori fondamentali: se gli anticorpi che sviluppiamo sono anche “neutralizzanti” e, se lo sono come si spera, per quanto tempo lo saranno. Per la prima domanda servono ulteriori ricerche che si stanno facendo: bisogna verificare in laboratorio se l’anticorpo si lega a una determinata proteina (antigene) del virus e poi, qualora ciò avvenga, capire se questo legame è sufficientemente saldo da non permettere più al virus di infettare altre cellule. Nelle analisi si tenta proprio di separare antigene e anticorpo per capire se siamo sulla buona strada. Se l’anticorpo è neutralizzante farà da scudo nel caso di un nuovo incontro con il virus.

Quanto dura la protezione?

Ultimo passo è capire quanto durerebbe l’ immunità e per questo servono mesi, nel senso che bisogna controllare a cadenza fissa se chi ha anticorpi protettivi li ha conservati dopo un certo periodo di tempo. Se Sars-Cov-2 si comportasse come i precedenti coronavirus, Sars-1 e Mers, la protezione dovrebbe durare almeno 12-24 mesi.

Non erano recidive

Questo lavoro sugli anticorpi viene pubblicato contemporaneamente a un altro importante dell’Università di Seoul, che in conferenza stampa presso il National Medical Center locale ha spiegato che quei casi che si consideravano “reinfezioni” sono stati invece falsi positivi. Gli studiosi hanno scoperto che i frammenti e i resti dei virus debellati in passato dall’organismo potrebbero essere stati la causa della positività dei test effettuati a distanza di giorni (e a volte settimane) dalla completa guarigione da Covid-19. «Oltre 260 persone sono risultate positive ai test per il coronavirus dopo recuperi completi avvenuti a giorni o settimane di distanza. Abbiamo poche ragioni per credere che si tratti di reali casi di reinfezioni o riattivazioni di Covid-19, è più probabile che i test abbiano rilevato tracce del DNA del virus nell’organismo ospite perché è stato debellato». I Korea Centers for Disease Control and Prevention (KCDC) sostengono che i pazienti guariti che risultati positivi sembrano non essere contagiosi e dalle analisi sembra che non sia stato possibile rilevare virus vivi in tali situazioni».