Coronavirus Roma, i parroci senza fedeli: contiamo meno dei tabaccai?

I sacerdoti delusi dalla decisione del governo di tenere ancora chiuse, senza una data di riapertura, le chiese: «I credenti soffrono e noi con loro. Con tutte le precauzioni si può riprendere a celebrare»

«Le Messe ancora proibite? L’errore non l’ha fatto il governo ieri, ma noi cristiani all’inizio della pandemia. Chiudere le chiese e non celebrare era una sciocchezza, allora e adesso. Capisco che siamo stati colti di sorpresa, ma non si possono lasciare i fedeli senza eucarestia per tutto questo tempo. Le Messe in streaming? Non parliamone, non sono un’alternativa vera. Ci rendiamo conto che milioni di cristiani di fatto non hanno ancora celebrato la Pasqua? Perché la vera celebrazione è in chiesa, con la comunità e l’ostia consacrata. La tv, i social vanno bene, ma non sono veri sacramenti. E invece noi cristiani abbiamo accettato di essere considerati meno importanti dei tabaccai». Ma, come diceva don Milani, “non sempre l’obbedienza è una virtù». Don Pietro Sigurani, parroco di Sant’Eustachio, pieno centro di Roma, non si dà pace. E sulle chiese da riaprire, sia pur con tutte le cautele del caso, sono d’accordo tantissimi parroci e sacerdoti romani.

«Ci sentiamo mortificati, sì – conferma don Gaetano Saracino, missionario Scalabriniano, teologo e già parroco del SS. Redentore a Val Melaina – perché vediamo mortificata la sensibilità religiosa dei romani, degli italiani. Abbiamo già obbedito all’imposizione della chiusura per due mesi, con grande sofferenza nostra e del popolo di Dio, con responsabilità. La stessa che dimostreremmo se riaprissero le celebrazioni. Il Signore spesso ci sconvolge, i suoi piani a volte sono incomprensibili, nel senso che li capiamo solo dopo, ma anche così non smettiamo di essere comunità, di nutrire la fede della gente che vorrebbe venire a Messa». Ma aggiunge: «C’è una cosa che proprio non mi va giù: la correlazione, un po’subdola, che fa il governo, fra Messe e scarsa sicurezza, e rischio di contagi. Ma con protocolli ben studiati non succederebbe niente. E poi la scarsa chiarezza: ancora oggi non si capisce se in chiesa si può andare solo tornando dal fruttivendolo o dal supermercato».

«Non mi è piaciuta la conferenza di Conte, no – commenta don Alfio Tirrò, parroco di San Vigilio all’Eur Serafico – E’ grave che abbia concluso parlando del diritto, sacrosanto, per carità, dei cittadini di andare al mare e non di quello di seguire il loro credo, senza nemmeno fissare una data. Spero che il dialogo con la Cei vada avanti, così non va bene. Non può dirci come celebrare i funerali, o ti fidi dell’istituzione con cui stai “interloquendo”, della sua responsabilità e capacità di gestire la situazione oppure no. Altrimenti forse dovremo riflettere sul concetto di disobbedienza sociale. I fedeli sono disorientati, soffrono per questa Quaresima che non finisce. Per fortuna non c’è solo l’umano, ma anche il trascendente, c’è il «gemito dello Spirito», come dice San Paolo. E confidiamo in Lui».

«Finora ero d’accordo con la chiusura delle Messe ai fedeli – spiega don Christian Prestianni, parroco di Santa Felicita e figli a Fidene – Ma ora sono perplesso. Ma come, si può andare nei musei, a vedere le mostre e non a Messa? Bisogna evitare gli assembramenti? Ma io stamattina davanti alla parrocchia avevo 200 persone che chiedevano i pacchi alimentari che prepariamo anche con l’aiuto delle Vincenziane e della Protezione civile. Perché questa crisi sta aggravando la povertà del quartiere. Quello non era un assembrament0? Però non posso farli entrare per la Messa». Anche se «la domanda di spiritualità è insita nel dna di ciascuno . In questo momento di prova molti si stanno scoprendo fragili e stanno imparando a conoscere la bellezza della fede. A volte Dio ci fa crescere con i no, come un buon padre».

Anche sui social qualcuno ha accusato la Cei di «chiedere privilegi». «E invece vorremmo avere lo stesso trattamento delle sale bingo e dei musei – commenta don Maurizio Mirilli, parroco del Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi – Ci si può organizzare, con celebrazioni all’aperto, distanze e mascherine. Lo fanno i datori di lavoro, nelle fabbriche perché le chiese no? O la situazione è drammatica e allora lasciamo tutto chiuso, oppure permettiamo ai fedeli di vivere il loro credo. Il cibo da asporto non crea contagi e l’Eucarestia sì?».