Coronavirus, Rezza: «Ci prendiamo dei rischi. Subito le zone rosse se i casi aumenteranno»

Il dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità: «La fase 2 va intesa come una sperimentazione. Il monitoraggio dei dati sarà giornaliero. Non siamo fuori dall’epidemia»

«Consideriamola una sperimentazione. Va intesa così la fase 2. La riapertura graduale era improrogabile. Ci prendiamo dei rischi. Ora vediamo se funziona», ammette l’incertezza sui risultati, Giovanni Rezza, Istituto superiore di Sanità.

Qual è la maggiore preoccupazione?
«Si è cercato di regolamentare tutti gli ambiti della ripresa delle attività ma il fatto che si creino maggiori occasioni di contatto fra le persone è un elemento che favorisce la trasmissione del virus. Pensiamo ai trasporti dove per quanto si usino tutte le cautele possibili si creano inevitabilmente delle interazioni tra uomini».

L’anello debole?
«Lo scopriremo. Aver puntato sulla riapertura per gradi renderà più facile l’identificazione delle criticità. Ci sarà un monitoraggio costante, giornaliero, di che cosa succede. Capiremo se la gente ha compreso il senso di questo allentamento»

Qual è il senso?
«Non siamo assolutamente fuori dall’epidemia. Ci siamo ancora dentro. Non vorrei che venisse a mancare la percezione del rischio e che riprenda il naturale corso delle aggregazioni».

Che cosa vi aspettate?
«Siamo in trepida attesa. Dopo la Cina, l’Italia ha attuato il lockdown più intransigente del mondo occidentale, non paragonabile a quelli più soft di Francia e Spagna. Ci troviamo a sperimentare una nuova situazione. Avremmo preferito muoverci sulla base di altre esperienze».

Quali sono i segnali espliciti della ripresa del virus?
«L’aumento dei casi è immediatamente rilevabile. Crescono gli accessi al pronto soccorso, i ricoveri, i morti nelle residenze per anziani. A quel punto bisogna essere non pronti, di più. Il lavoro di intercettare il pericolo spetta a medici di famiglia e servizi di prevenzione sul territorio».

E se gli indicatori salissero?
«Tornare a un secondo lockdown nazionale sarebbe disastroso da tutti i punti di vista».

Quale strategia di contenimento, allora?
«Fare chiusure frammentate, creare tante zone rosse anche di minima ampiezza. Blindare subito le aree regionali colpite da focolai in modo da soffocarli sul nascere. Nella fase 1 hanno funzionato. I blocchi a termine sono efficaci e più digeribili dalla popolazione».

Come mai le riaperture hanno una cadenza bisettimanale?
«È il tempo impiegato dal virus a uscire allo scoperto. Dal contagio ai sintomi passano 4-5 giorni massimo, quindi nell’arco di due settimane si dovrebbe capire se ha ripreso a circolare e se è necessario prendere delle contromisure. Non contiamo sull’aiuto dell’estate come stagione meno propizia alla circolazione virale».