Coronavirus, Pompeo rilancia l’ipotesi di un incidente

Non una creazione in laboratorio ma un errore umano in un centro di ricerca di Wuhan: finora nessuna prova però i servizi indagano. Il Pentagono: Pechino reticente-  Nel 2018 due diplomatici americani visitano l’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) e scoprono che le condizioni di sicurezza sono precarie. Immediatamente inviano dei cablo al dipartimento di Stato per segnalare i pericoli. Il Washington Post rivela questi aspetti e ricorda che già nel 2015 specialisti stranieri avevano sollevato dubbi sui rischi presi dai loro colleghi cinesi. Nelle ricostruzioni compaiono i nomi di studiosi che lavorano sui pipistrelli e pandemie con protezioni insufficienti. Allora ipotizzano che qualcosa sia andato storto durante le ricerche mediche, con la successiva contaminazione esterna.

È una battaglia sanitaria e strategica, con gli esperti tirati per il camice a seconda delle convinzioni, dei sospetti, degli interessi. Al centro la domanda: come è iniziata la pandemia?

Primo atto

La malattia si diffonde a Wuhan, in Cina. Le autorità prendono tempo, l’allarme parte in ritardo. Cercano di coprire tutto, silenziano le fonti. Quando reagiscono è troppo tardi. E nella versione ufficiale, attacca il segretario alla Difesa Usa Mark Esper, c’è tanta opacità. Il Partito finalmente corre ai ripari, fa rotolare qualche testa, controlla il flusso di informazioni, non ostacola sentimenti nazionalisti, classico scudo contro le critiche esterne.

Secondo atto

Negli Stati Uniti e in Europa vola la tesi del virus costruito in laboratorio, un’arma micidiale che si diffonde come in un film apocalittico. Tutto sarebbe partito da uno dei laboratori presenti a Wuhan. Ambienti conservatori, i cospirativi, ma anche persone senza un’agenda credono in questa ipotesi. Rispondono gli scienziati: non esistono elementi per provarlo. Lo ribadiscono voci autorevoli europee, italiane comprese. Le smentite placano il vento, riportano il «complotto» nel sottosuolo delle chiacchiere. Pechino, nell’angolo, prova a deviare le colpe, insinua che gli «untori» siano stati i militari americani che hanno partecipato ad una competizione. È la nebbia del virus. In parallelo sale lo scontro tra Stati Uniti e i rivali, concorrenti, ma legati dalle questioni economiche.

Terzo atto

È quello che stiamo vivendo in questi giorni, sintetizzato da un’affermazione del segretario di Stato Pompeo: all’origine potrebbe esserci un incidente avvenuto durante ricerche sul «corona». Non la bestia creata a tavolino, ma l’errore umano/tecnico a Wuhan. L’intervento del capo della diplomazia – fautore di una posizione dura contro la Cina – si specchia in una serie di elementi interessanti. Nel 2018 due diplomatici americani visitano l’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) e scoprono che le condizioni di sicurezza sono precarie. Immediatamente inviano dei cablo al dipartimento di Stato per segnalare i pericoli. Il Washington Post rivela questi aspetti e ricorda che già nel 2015 specialisti stranieri avevano sollevato dubbi sui rischi presi dai loro colleghi cinesi. Nelle ricostruzioni compaiono i nomi di studiosi che lavorano sui pipistrelli e pandemie con protezioni insufficienti. Allora ipotizzano che qualcosa sia andato storto durante le ricerche mediche, con la successiva contaminazione esterna. Di nuovo la parola passa agli uomini di scienza, arbitri non sempre netti: c’è chi considera plausibile la storia e chi no. In mezzo il partito dei prudenti.

Il responsabile del Pentagono Esper osserva: non ci sono prove convincenti della «nascita in laboratorio», ma accusa la controparte di mancanza di trasparenza. Taluni commentatori insistono, invece, sulla volontà di Trump di mettere in difficoltà Xi Jinping. È lotta senza quartiere dove i due schieramenti assestano fendenti. Resta cauto il Capo di Stato Maggiore statunitense, Mark Milley. Al momento nulla è conclusivo – spiega — gli indizi sono per l’origine naturale, però non lo sappiamo con certezza. Il generale lascia spazio all’intelligence che fa sapere di non aver ancora finito la missione, vogliono verificare la storia dell’incidente. Le reti di intercettazione avranno rastrellato di tutto, se a Wuhan sono andati nel panico potrebbero aver parlato senza precauzioni. Le spie, però, hanno bisogno di sostanza, le voci sono insufficienti. E comunque sarà la politica ad avere l’ultima parola. C’è ancora tempo per l’ultimo atto ed è probabile che sarà scritto con due finali, dove ognuno sceglierà il colpevole che preferisce