Coronavirus: ora che abbiamo i vaccini, come sarà la prossima estate?

Quale potrebbe essere l’andamento delle infezioni dopo la primavera? Potremmo avere un brusco calo dei contagi come l’anno scorso? Quali sono gli errori da evitare in questa fase?

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Il nuovo Dpcm, il primo dell’era Draghi, sarà in vigore dal 6 marzo a 6 aprile: un mese di pochissime riaperture e molti divieti per evitare che le vacanze pasquali si trasformino in un «liberi tutti» che metta le ali ai contagi, a loro volta spinti dalle varianti. Tutto si basa sui dati della curva epidemiologica che, dopo una frenata dovuta al “decreto Natale” che ha portato a un livellamento (ma non a un abbattimento deciso), ha ripreso a salire.

Le domande sul futuro

Con una Pasqua semi-blindata che ci riporta alla memoria quella dell’anno scorso, il pensiero corre alla prossima primavera e alla futura estate: come saranno? Ora che abbiamo l’arma dei vaccini, quale potrebbe essere l’andamento delle infezioni in vista dell’estate? Potremmo avere un brusco calo dei contagi, come l’anno scorso? Quali sono gli errori da evitare in questa fase?

Nulla è come prima

La prima premessa è che, nonostante la pandemia sia ancora tra noi, nulla è paragonabile all’anno scorso. Partiamo dalla variabile che nel 2020 ci ha “consentito” un’estate più “rilassata”: il lockdown. Furono due mesi di chiusura pressoché totale, specie in alcune Regioni. Lo dicono i dati di mobilità, che evidenziano che ci si muoveva molto meno, lo ricordano le immagini di strade e autostrade deserte. Per settimane. Per non parlare dei negozi chiusi, di ragazzi e bambini a casa da scuola fino a giugno, della sospensione di ogni sport. Le zone rosse non sono come allora, men che meno le zone arancioni o gialle.

Le attività non si sono azzerate totalmente e i bambini, perlopiù, sono andati a scuola in presenza. L’abbattimento drastico dei casi della scorsa primavera (che pure ci ha messo settimane per consolidarsi) non ci può essere negli stessi termini: nessuno si augura un lockdown di quel tipo e si farà di tutto per non arrivarci. Quindi, ogni misura adottata ora presuppone una quota più o meno rilevante di circolazione del virus.

L’arma dei vaccini

La seconda variabile in gioco, la più importante a nostro favore, è la presenza dei vaccini. In Italia ce ne sono tre autorizzati, ma altri arriveranno. Nonostante i problemi di fornitura e produzione sappiamo che, con il passare dei mesi, avremo più chance a disposizione, visto che a Pfizer, AstraZeneca e Moderna si aggiungeranno J&J (tra non molto), Sanofi/GSK e Curevac, per un totale di molte più dosi – sulla carta – di quante servirebbero a immunizzare tutta la popolazione: 224 milioni.

Per i candidati non ancora in commercio ovviamente tutto dipenderà dal mese di approvazione da parte delle agenzie regolatorie e dalla capacità delle aziende di rispettare i contratti di consegna. Altro fattore in lizza, una volta ottenute le dosi, è la velocità della campagna vaccinale, con tutti i problemi di organizzazione che abbiamo visto.

Non solo: la quota di persone vaccinate potrà incidere favorevolmente sull’andamento dei contagi soprattutto se i vaccini saranno in grado di bloccare anche la trasmissione del virus. Una domanda fondamentale che non ha ancora ricevuto risposte sicure: se una persona protetta da malattia da Covid perché vaccinata potrà ancora contagiare i famigliari non vaccinati, l’abbattimento della curva dei positivi sarà più lento, viceversa sarà più veloce.

La meta lontana dell’immunità di gregge

C’è anche l’incognita legata all’adesione alla campagna vaccinale: quanti si faranno vaccinare in Italia? Puntare a “zero casi” significa puntare alla “famosa” immunità di gregge che potrà essere raggiunta solo con una percentuale molto alta di persone vaccinate, senza trascurare il fatto che per raggiungere questa quota servirà vaccinare anche i ragazzi, ma le sperimentazioni sui minori sono ancora in corso.

Gli ultimi due elementi non entrano nemmeno nel calcolo degli scenari che si prospettano prima dell’estate, dato che per l’immunità di gregge (e soprattutto la vaccinazione dei ragazzi) si dovrà attendere probabilmente la fine dell’anno.

Il fattore «varianti»

C’è però un ultimo fattore fondamentale in questo calcolo “impossibile”, un altro pezzo di puzzle che l’anno scorso mancava e che rende i confronti vani: è cambiato anche il virus. Mentre restrizioni e vaccini giocano a nostro favore per avvicinare le agognate riaperture, l’arrivo delle varianti in Italia frena l’eventuale discesa della curva epidemiologica.

La prevalenza della variante inglese, che sicuramente è più trasmissibile, in Italia potrebbe essere in pochi giorni arrivata al 30 per cento. In alcune zone sta già causando l’intasamento degli ospedali e ha motivato serrate severe. Si è calcolato che il ceppo B.1.1.7 diventerà prevalente a marzo e allora i passi nella giusta direzione fatti con il vaccino dovranno confrontarsi con le difficoltà che pone la variante inglese, capace di far impennare i contagi nelle zone dove si diffonde.

Anche le varianti brasiliana e sudafricana sono state mappate in Italia e, sebbene per queste ultime non sia dimostrato il maggior potere di diffusione, preoccupano per l’ipotesi concreta che possano rendere i vaccini meno efficaci, finché gli stessi non saranno “aggiornati”.

Cosa fare

Non resta che considerare quali fattori giocano a nostro favore e gestire al meglio quelli: restrizioni e vaccinazioni. Velocizzare con ogni sforzo la campagna vaccinale, scegliendo le categorie da proteggere per prime, e misurare le chiusure da imporre per non lasciare le varianti libere di dilagare. Come spiegato bene nell’articolo a firma di Paolo Giordano e Alessandro Vespignani, “l’epidemia è a un nuovo culmine di complessità”, difficile fare previsioni.

L’estate e il clima

L’estate è lontana e il caldo e gli spazi aperti non ci aiuteranno più di tanto, perché non sono determinanti da soli, come si è visto l’anno scorso negli Stati Uniti, che hanno avuto la loro seconda ondata proprio in estate. «L’anno scorso forse era più facile fare previsioni: bloccando ogni attività la curva sarebbe scesa, poi a un certo punto avremmo avuto un rimbalzo – osserva Paolo Bonanni, epidemiologo, ordinario di Igiene all’Università di Firenze -.

Adesso con i colori delle Regioni e le chiusure alternate delle città, le variabili diventano veramente tantissime. L’unico elemento di certezza simile all’anno scorso è che, con il caldo, gireremo di più all’aperto e apriremo di più le finestre: se non altro la carica virale sarà più diluita in queste situazioni. Anche l’incertezza sui dati dei vaccini complica le cose: non abbiamo sicurezze sull’effetto dei vaccini in merito alla trasmissione del virus in persone immunizzate. Oltretutto il tracciamento delle persone vaccinate, che in caso di infezione sarebbero pauci-sintomatiche o asintomatiche, è più difficile».

Scenari: il migliore e il peggiore

Quali sono le ipotesi migliore e la peggiore? «Se avessimo una massa critica di vaccinati, soprattutto tra gli anziani, sufficiente a ridurre drasticamente i malati gravi, potremmo anche decidere di non chiudere, ma è difficile sia per la prossima estate – argomenta Bonanni -. A meno che la velocità con cui stiamo andando con le vaccinazioni non aumenti esponenzialmente in modo da arrivare a giugno-luglio con una quota del 50-60% della popolazione vaccinata, come pensavamo all’inizio.

L’ipotesi peggiore è che arrivi e diventi predominante una variante poco coperta dal vaccino, tipo la variante sudafricana (che è probabilmente la peggiore dal punto di vista del mantenimento dell’efficacia dei vaccini): in quel caso continueremmo ad avere un numero di casi troppo elevato e cambierebbe poco rispetto a come stiamo adesso. Lo scenario migliore potrebbe essere quello in cui, nonostante la variante inglese diventata predominante (come con ogni probabilità succederà), recuperiamo i ritardi nella vaccinazione e a quel punto potremmo avere un numero di casi talmente basso da permetterci di riaprire alla libera circolazione».