Coronavirus, negli Usa auto in fila a San Antonio: i nuovi poveri aspettano cibo

Una colonna di mezzi in attesa degli aiuti alle food bank: è la fotografia che arriva dal Texas, dove in migliaia si sono trovati all’improvviso senza niente

L’America che fino a ieri faceva ore di fila per assicurarsi subito l’ultimo modello di smartphone o acquistare garget elettronici a prezzo scontato nel delirio commerciale del Black Friday, ora si mette in coda per ottenere un po’ di cibo dalle food bank. Queste istituzioni filantropiche, le banche del cibo, distribuiscono da sempre derrate alimentari agli indigenti attraverso le food pantries, una sorta di mense dei poveri. Ma ora che decine di milioni di americani sono rimasti senza lavoro e senza reddito, i bisogni si sono moltiplicati: le food bank donano direttamente ai cittadini, consegnando il cibo nei loro veicoli.

A volte si scende per sceglierlo ma più spesso sono i volontari a caricarlo direttamente nel bagagliaio, anche per eliminare il rischio di contagi. In genere vengono date due casse di prodotti alimentari per ogni vettura indipendentemente dalla composizione della famiglia, ma regole e metodi cambiano da città a città. Perchè l’assistenza alimentare filantropica è ormai massiccia e diffusa ovunque, dalla ricca San Diego in California a Pittsburgh in Pennsylvania. Le immagini delle file di San Antonio in Texas colpiscono per le dimensioni – seimila veicoli in coda per ricevere 500 tonnellate di cibo – ma anche per le caratteristiche sociali del fenomeno e per le storie che vengono raccontate.

Molti di questi nuovi poveri arrivano con grossi Suv, jeep scintillanti, perfino lussuosi coupè Ford Mustang. Finti poveri? No, in genere è gente che guadagnava bene, non aveva risparmi da parte e da un giorno all’altro si è trovata senza lavoro. Niente liquidazione e gli assegni dell’assistenza federale votati dal Congresso ci metteranno settimane per arrivare (e non sono per tutti). Per qualche mese dovrebbero ricevere un’indennità di di disocupazione, ma anche lì ci vorrà tempo e l’importo è limitato, non comparabile col reddito perduto. Quasi tutti hanno ancora l’auto, spesso di valore, e usano l’aria condizionata: fuori sono 30 gradi, il sole texano di mezzogiorno picchia e la benzina costa molto meno dell’acqua minerale (mezzo dollaro al litro, metà di un’acqua da fonte artesiana Usa, un quarto della San Pellegrino). Chi non guida o non ha un’auto viene indirizzato alle mense dei poveri. Non ci sono particolari vincoli, l’indigenza è autocertificata.

l cibo che si riceve, in genere sufficiente per preparare almeno 40 pasti, deve bastare per un mese. A San Antonio la banca del cibo fa due distribuzioni a settimana, utilizzando i parcheggi di impianti sportivi ora inutilizzati, con l’obiettivo di aiutare decine di migliaia di famiglie. Anche a Pittrburgh la food bank filantropica va avanti grazie all’aiuto, oltre che di privati e imprese alimentari, anche dei Penguins, la locale squadra di hockey che, oltre a donare, ha messo a disposizione il suo palasport e i relativi parcheggi, ora che la stagione agonistica è sospesa.

In un momento così drammatico e davanti a una crisi senza precedenti anche Stati e autorità cittadine cercano di dare un aiuto pubblico. Ieri il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha annunciato uno stanziamento ddi 200 milioni di dollari per sfamare 700 mila poveri dello Stato. Ma storicamente negli Stati Uniti questo tipo di assitenza alimentare agli indigenti è stata lasciata alla filantropia privata. Con le food bank cresciute fino al punto di diventare un vero settore imprenditoriale del non profit con le sue assemblee e le reti di rapporti anche internazionali. Non sempre si tratta solo di beneficenza.

A volte gli sponsor di queste banche del cibo sono aziende alimentari e supermercati che usano questo canale per eliminare cibo che è stato prodotto in eccesso rispetto alla domanda, che va eliminato dagli scaffali perchè poco richiesto dal mercato o che, addirittura, è in scadenza. I critici sostengono che a volte si tratta di una carità interessata. E poi le food bank offrono ai governi alibi per non affrontare il problema della sicurezza alimentare dei loro cittadini affidandolo alla filantropia privata. Ma in un momento di estremo bisogno come questo – con 16 milioni di disoccupati “ufficili” emersi nelle ultime tre settimane (e molti altri ancora sommersi) – chi ha bisogno è ben felice di ricevere questa carità, pelosa o meno che sia.

C’è chi racconta che all’improvviso tutti i membri della famiglia hanno perso l’impego; altri hanno ancora un lavoro ma vengono a raccogliere cibo per gli anziani del vicinato rimasti bloccati in casa. Intervistata da una tv, Yolanda Benvides racconta: “Negli Stati Uniti per decenni ho fatto una vita agiata. Per riconoscenza ho sempre donato. Ora, a 63, improvvisamente mi trovo a dover chiedere”. Massimo Gaggi