Coronavirus, gli oltre 100 preti morti per dare conforti a malati e ultimi

Da Nord a Sud, il dolente elenco dei lutti tra i religiosi: parroci che sino alla fine hanno voluto stare accanto ai fedeli. Don Giosuè tra gli anziani, don Fausto tra i clochard

Erano preti così, come don Francesco Nisoli, cremonese, 71 anni, trenta dei quali trascorsi come missionario in Brasile. O come don Paolo Camminati, 55 anni, il ««Camo», piacentino con la chitarra sempre appresso, un passato di giocatore di rugby e un presente in cui stava progettando un ostello per lavoratori precari da ospitare in parrocchia. O come don Mario Cavalleri, 104 anni e fondatore, ancora a Cremona, della «Casetta», realtà d’accoglienza per poveri, tossicodipendenti, senza dimora. Sacerdoti sempre in mezzo alla gente, tra gli ultimi, falcidiati dal coronavirus (leggi i dati riguardanti l’Italia di sabato 11 aprile). Dal Venerdì Santo sono diventati 105. Lo stesso Francesco li ha ricordati durante i riti della Pasqua, ha parlato di «crocifissi» e «santi della porta accanto», preti, religiosi e suore che «hanno dato la vita per amore», come i medici e gli infermieri. Ma il bilancio totale dei morti tra i religiosi è ancora più drammatico: il calcolo non tiene conto di frati e missionari e l’elenco di monache e consacrati è almeno altrettanto lungo.

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Il centesimo morto

Solo nella diocesi di Bergamo, la più colpita in Italia, ai 25 sacerdoti «secolari» uccisi dalla pandemia si aggiungono 14 religiosi e addirittura 84 suore «defunte in questo tempo di pandemia». Il centesimo prete, ha calcolato il quotidiano dei vescovi Avvenire, è morto a Pesaro, si chiamava don Marcello Balducci e aveva 61 anni. Anche lui, nonostante avesse da tempo problemi di salute, è rimasto «in servizio» fino alla fine. Tra i fedeli, a dare conforto ai parrocchiani. Volti e storie dei sacerdoti vittime del virus raccontano, come un epicedio, la storia di tanti preti che hanno finito per contagiarsi perché, semplicemente, hanno continuato a stare vicino alla loro gente come avevano fatto per tutta la vita. Don Fausto Resmini, morto a 67 anni in terapia intensiva a Como, aveva creato una comunità per minori, era stato cappellano del carcere, procurava cibo, medicine e coperte per i clochard della stazione di Bergamo, girava la notte in camper, e aiutava poveri, anziani e migranti.

«Mago allegria»

Padre Giosuè Torquati dehoniano, era nato a Bergamo nel 1938. Lo chiamavano «Mago allegria» perché animava spettacoli con giochi di prestigio in oratori, parrocchie, scuole e case di riposo, diceva che Dio «non vuole salici piangenti». A Milano — la diocesi è stata colpita da dodici lutti — don Giancarlo Quadri, 76 anni, era stato scelto dal cardinale Martini per guidare la pastorale dei migranti. A 83 anni, don Giuseppe Fadani, uno dei sette preti morti nella diocesi di Parma, era ancora parroco a Carignano e seguiva altre cinque parrocchie. A Vittorio Veneto don Corrado Forest, 80 anni, ordinato dall’allora vescovo Albino Luciani, aveva detto in ospedale: «Non è male che anche qualche prete prenda questa malattia, per condividere ciò che stanno vivendo tante altre persone».

Il 45enne

Tanti preti sono morti anche al Centro e al Sud. Uno dei più giovani, il quarantacinquenne Alessandro Brignone, era parroco a Caggiano (diocesi di Acerra). Oppure Silvio Buttitta, 83 anni, palermitano, un prete di borgata. E ancora: Gioacchino Basile, 60 anni, era di Reggio Calabria, ma è morto nel quartiere di Brooklyn, a New York, dove era parroco. Tra le vittime del Covid anche Remo Rota, 77 anni, lecchese. Per 38 anni in Congo, di sé diceva, con semplicità: «Ho fatto di tutto, spero di aver fatto bene anche il prete, con i miei difetti».