Coronavirus, l’Italia scopre la sua arretratezza digitale

Il coronavirus ha costretto milioni di italiani a rimanere a casa. Il governo sta cercando di colmare con lo smart working, il lavoro in remoto, dalla propria abitazione, con l'e-learning (scuola e università in remoto) e anche l'e-vote (voto digitale). Esperimento in gran parte fallimentare, perché scopriamo che mancano strutture e norme adeguate

Il prolungarsi dell’emergenza Coronavirus, oltre che mettere a dura prova il sistema economico, sta imponendo l’impiego massiccio di tecnologie nel mondo del lavoro. Lo smart working e l’e-learning si stanno diffondendo notevolmente, contribuendo a cambiare le abitudini di milioni di italiani. Le intenzioni di chi sta al governo sarebbero nobilissime, cioè estendere queste nuove modalità di svolgimento delle attività professionali e di fruizione di contenuti formativi al maggior numero di persone, al fine di ridurre la mobilità e, in questa fase storica, i rischi di contagio. Ma tali buoni propositi si scontrano con una atroce realtà, quella del ritardo infrastrutturale e culturale italiano. Il digital divide mette fuori gioco rispetto a questo processo di digitalizzazione almeno un terzo della popolazione, assolutamente non in grado di trasferirsi nell’ambiente virtuale per svolgere le proprie mansioni professionali e fruire dei servizi pubblici essenziali.

Ma vediamo cosa sta accadendo in queste settimane in Italia. Il Coronavirus ha portato a un incremento esponenziale dello smart working (lavoro agile). Il decreto legge n.6 del 23 febbraio scorso, contenente Misure urgenti sul coronavirus, autorizza le imprese ad applicare fino al 15 marzo questa modalità di lavoro da remoto, aggirando temporaneamente la legge n.81 del 2017, che prevede tempi più lunghi e accordi individuali tra azienda e lavoratore. I più recenti decreti, l’ultimo è quello di mercoledì 4 marzo, hanno confermato tale deroga fino al superamento definitivo dell’emergenza. Prima dell’emergenza, stando alle cifre dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, in Italia già operava in smart working il 58% delle grandi imprese, per un numero complessivo di 570.000 lavoratori. Tra il 2018 e il 2019 c’è stato un incremento del 20%, che ha riguardato anche le pubbliche amministrazioni.

Quando si lavora a distanza, senza obbligo di presenza in ufficio, c’è maggiore flessibilità, contano i risultati anziché le ore passate alla scrivania, si decongestiona il traffico (si riduce anche lo smog), i mezzi pubblici non sono presi d’assalto e la qualità della vita dei lavoratori cresce, perché l’attività professionale si concilia maggiormente con la vita privata.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Lo smart working rende più arduo il coordinamento tra lavoratori, che invece risulta più agevole quando si è tutti nello stesso ambiente fisico, e questo rischia di incidere anche negativamente sulla produttività. Inoltre, l’accesso ai dati aziendali da remoto fa crescere enormemente i pericoli per la sicurezza, con furti di informazioni e esose richieste di riscatto, e la necessità di potenziare gli strumenti tecnologici e assicurativi a protezione dei sistemi operativi.

Fabiana Dadone, Ministra della pubblica amministrazione, ha firmato qualche giorno fa la circolare per rendere il lavoro agile strutturale negli uffici pubblici, che fornisce alcuni chiarimenti sulle modalità di implementazione delle misure normative e sugli strumenti da utilizzare. La ministra ritiene, infatti, che la progressiva digitalizzazione della società, le sfide derivanti dai cambiamenti sociali e demografici o le situazioni emergenziali come quella che stiamo vivendo rendano necessario ripensare le modalità di svolgimento del lavoro anche in termini di elasticità e flessibilità. Tuttavia è lei stessa a frenare e a rendersi conto dell’inadeguatezza del quadro tecnologico pubblico. Infatti ha dichiarato che “a fronte dell’indisponibilità o insufficienza di dotazione informatica da parte dell’amministrazione, garantendo adeguati livelli di sicurezza e protezione della rete, le amministrazioni pubbliche potranno ricorrere a modalità flessibili di lavoro anche nei casi in cui il dipendente si renda disponibile a utilizzare propri dispositivi”. C’è dunque, come detto, la volontà di sgravare lo smart working degli oneri burocratici previsti dalle leggi, al fine di implementarlo fino alla fine dell’attuale emergenza. Ma le infrastrutture di Rete saranno all’altezza di questa sfida?

Il discorso è estensibile all’e-learning. Nei giorni scorsi, alcuni studenti si sono laureati discutendo le loro tesi su Skype o in videoconferenza. Google,rispondendo all’appello del Ministero dell’Istruzione, ha messo a disposizione delle scuole italiane, gratuitamente, la “G-Suite for Education”, che rende possibile assistere alle lezioni in modalità e-learning, grazie alla sua piattaforma per la scuola a distanza che comprende Gmail, Drive, Calendar, Documenti, Fogli, Presentazioni, Moduli, oltre a Hangouts Meet e Classroom. Gli applicativi di collaborazione per le comunicazioni via chat e in videoconferenza possono essere utilizzati anche off line ma, per attivare la condivisione delle modifiche, necessitano di una connessione a internet. Tutti gli atenei si stanno adoperando per mettere a disposizione dei loro studenti moduli formativi fruibili da remoto, o con videoregistrazioni o con lo strumento dello streaming.

Ma per rendere efficienti smart working e e-learning, il sistema produttivo, composto da aziende pubbliche e private, deve dotarsi rapidamente di innovative infrastrutture tecnologiche abilitanti, reti e tecnologie di nuova generazione,che consentano questo cambio di rotta sulle modalità di lavoro, compensando il ritardo nel quale ci troviamo. Investimenti massicci dovrebbero quindi essere previsti anche per queste voci così decisive per il futuro del Paese, ma nessuno in queste ore concitate ne sta parlando.

Infine, l’e-voting. Davide Casaleggio, per il referendum del 29 marzo sul taglio dei parlamentari, di cui proprio ieri è stato deciso il rinvio, ha proposto utopisticamente di “testare il voto on line, nei Comuni dove non sarà possibile recarsi ai seggi” (nel caso specifico, quelli della “zona rossa”, n.d.r.). A meno di un mese dal voto sarebbe stato evidentemente impossibile introdurre il voto elettronico in modo massiccio nel nostro Paese. Ben difficilmente si sarebbe potuto garantire il diritto di voto disciplinato dall’art.48 della Costituzione, fondato sull’anonimato, la libertà e la segretezza, requisiti difficilmente verificabili con l’e-voting, sistema sempre a rischio manipolazioni.

Le tecnologie, quindi, possono rivelarsi moltiplicatrici dello sviluppo di una nazione, a patto che le dotazioni infrastrutturali e la cultura digitale siano all’altezza. E in Italia, come documentano tutte le principali statistiche europee e internazionali, non lo sono.