Coronavirus, l’immunità sembra perdersi tre mesi dopo l’infezione

Un team del King’s College di Londra ha riscontrato forti cali nei livelli anticorpali dei pazienti e in alcuni uni casi non è più rilevabile. Le ripercussioni su un possibile vaccino

Il livello di anticorpi, prodotti dal corpo umano a seguito dell’infezione da Coronavirus, può drasticamente diminuire nel giro di pochi mesi, esponendo – di fatto – ad un possibile secondo contagio. È la preoccupante conclusione a cui è giunto uno studio non ancora sottoposto a revisione paritaria condotto dal King’s College sulla risposta immunitaria di oltre 90 ex ammalati, tra pazienti e operatori sanitari del Guy’s and St Thomas’, trust da cui dipende anche l’ospedale di Londra in cui prima di Pasqua è stato ricoverato in terapia intensiva il premier Boris Johnson.

La potenza immunitaria si indebolisce con il tempo

Dall’analisi dei dati di laboratorio, raccolti nel corso degli ultimi mesi, i ricercatori hanno registrato come il livello di anticorpi raggiunga il suo picco dopo circa tre settimane dalla comparsa dei sintomi, per poi gradualmente diminuire, indebolendo così la potenza della risposta. Tre mesi dopo l’infezione – sottolinea il Guardian citando lo studio – soltanto il 17% di chi ha contratto il virus mantiene la stessa potenza di risposta immunitaria, destinata a ridursi in certi casi fino a non essere più neppure rilevabile.

L’altro studio su Nature

Non è il primo studio che va in questa direzione. Secondo una ricerca da poco pubblicata su Nature i livelli di anticorpi protettivi diminuiscono di oltre il 70% in convalescenza e in alcuni soggetti non sono neppure più rilevabili. Per l’analisi sono stati presi in esame 37 pazienti sintomatici e 37 pazienti asintomatici: oltre il 90% dei soggetti ha mostrato in 2-3 mesi un forte calo di anticorpi IgG, quelli che mostrano che il nostro corpo è venuto in contatto con l’infezione e che teoricamente ci proteggono dal riprendere il Covid-19. La riduzione percentuale mediana è stata di oltre il 70%, sia per i pazienti sintomatici che per quelli asintomatici. Inoltre, il 40,0% degli individui asintomatici (e il 12,9% degli individui sintomatici) è diventato anche sieronegativo per le IgG, in pratica non le aveva più.

Che cosa sappiamo

Per ora sappiamo con qualche certezza che la maggior parte di chi si ammala di Covid-19 sviluppa anticorpi entro 19 giorni. Pare anche che questi anticorpi siano neutralizzanti, cioè in grado di respingere attacchi futuri del virus. Ancora non sappiamo quanto dura l’immunità che concedono. Se dovessimo far fede a questo studio diremmo «mesi». La speranza è quella che il SARS-CoV-2, invece, si comporti come gli omologhi coronavirus SARS e MERS che rispettivamente producono anticorpi protettivi per 2 anni e 34 mesi. Il problema ulteriore legato a questo specifico virus è che la stragrande maggioranza delle persone o non presenta sintomi o si ammala in modo blando: in questo caso non sappiamo se la risposta immunitaria indotta, di cui la presenza di anticorpi è una spia, sia davvero protettiva o se queste persone rischiano una nuova infezione. Per avere maggiori certezze sulla durata della protezione non resta che continuare gli studi epidemiologici e ripetere i test sierologici per la rilevazione di anticorpi a scadenza fissa, ad esempio ogni tre mesi per chi fosse risultato positivo alle IgG.

Le conseguenze sul vaccino

Stando alle conclusioni degli scienziati sia dell’università londinese sia di quella cinese il virus potrebbe dunque tornare a infettare di nuovo le stesse persone, anno dopo anno, come accade nelle influenze più comuni. Un’ipotesi da confermare attraverso ulteriori test clinici, ma che comunque dovrà essere tenuta in considerazione anche per le implicazioni che potrà avere sull’efficacia probabilmente temporanea di un eventuale futuro vaccino. E anche l’immunità di gregge sembra molto lontana. «La produzione di anticorpi da parte di chi si ammala ha riguardato in effetti nei nostri casi solo un breve periodo – ha confermato la dottoressa Katie Doores, responsabile dello studio inglese -. E se l’infezione genera livelli di anticorpi così limitati nel tempo, anche la copertura di un futuro vaccino teoricamente avrà una durata limitata e una dose potrebbe non essere sufficiente». Esistono altri quattro tipi di coronavirus in circolazione diffusa, che causano il raffreddore comune. «Una cosa che sappiamo di questi coronavirus è che le persone possono essere reinfettate abbastanza spesso, l’immunità quindi non dura molto a lungo e dai primi studi sembra che Sars Cov-2 possa rientrare in questa categoria» ha affermato il professor Stuart Neil, coautore dello studio.

Il ruolo delle cellule T

«Gli anticorpi sono però sono solo una manifestazione della risposta immunitaria, ma il cuore della risposta adattativa, quella che viene dopo la “prima linea” di difesa sono le cellule T» aveva ricordato il professor Alberto Mantovani dopo la pubblicazione di una ricerca del Karolinska Institutet e del Karolinska University Hospital di Stoccolma (Svezia) che ha mostrato che molte persone malate di Covid-19 in modo lieve o asintomatico — e che dunque non si sono, in moltissimi casi, mai rese conto di aver contratto la malattia — hanno sviluppato la cosiddetta «immunità mediata da cellule T» al nuovo coronavirus, anche se non risultano positivi agli anticorpi nei test sierologici. Secondo i ricercatori, in altre parole, ciò significa che probabilmente più soggetti nella popolazione hanno sviluppato immunità al SARS-CoV-2 rispetto a quanto suggerito dai test anticorpali. I linfociti T sono un tipo di globuli bianchi specializzati nel riconoscimento delle cellule infette da virus e sono una parte essenziale del sistema immunitario. I risultati indicano che circa il doppio delle persone ha sviluppato l’immunità delle cellule T rispetto a quelle in cui siamo in grado di rilevare gli anticorpi