Coronavirus, le Regioni: fare di più. Conte resiste al pressing

Calma e sangue freddo, è il motto del premier anche nelle ore più drammatiche della storia italiana recente. «Il governo non dirà di no, ma le Regioni dovranno assumersi le loro responsabilità»

«Siamo in guerra, bisogna chiudere tutto», insiste Salvini. «Si poteva fare di più», lamenta Fontana. Con la paura del contagio si riaccende la polemica politica e sale la tensione sociale, tanti lavoratori sono in rivolta e scattano scioperi spontanei. Protestano gli operai, i farmacisti, i commessi. Fim, Fiom, Uilm vogliono chiudere tutte le fabbriche metalmeccaniche fino al 22 marzo. Ma Conte tira dritto e non apre a modifiche dell’ultimo decreto, con il quale ha blindato l’Italia. Calma e sangue freddo, è il motto del premier anche nelle ore più drammatiche della storia recente. Alle 11 Conte si collegherà in videoconferenza da Palazzo Chigi con le associazioni degli industriali e con i sindacati per discutere di come attuare i protocolli di sicurezza nelle fabbriche.

Ci saranno i ministri Gualtieri, Speranza, Catalfo e Patuanelli e i dossier più divisivi sono il trasporto pubblico e le fabbriche ancora aperte. «“Abbiamo ascoltato i territori» – è la linea che il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, ha concordato con il capo dell’esecutivo – «Se i governatori vogliono chiudere altre fabbriche, purché non abbiano riferimenti con le filiere sanitaria e agroalimentare, il governo non dirà di no, ma dovranno assumersi le loro responsabilità».

La richiesta di cassa integrazione straordinaria

Il decreto con cui Conte ha chiuso in casa mezza Italia, per tentare il tutto per tutto contro il coronavirus, dunque non cambierà. «Farmacie e supermercati non chiuderanno», è la risposta del premier a chi soffia sul fuoco e divide l’Italia in “cittadini di serie A e di serie B”. Su indicazione delle Regioni, il governo valuterà quali imprese possono chiudere i cancelli. «In Lombardia va fatto un passo in più» – sprona il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori – «Nel decreto non c’è lo stop alle imprese e in troppi luoghi di lavoro la sicurezza non è garantita». Dopo il confronto con le Regioni e la Protezione civile, Boccia annuncia le «linee guida» con cui il governo «proteggerà tutti i lavoratori». Le annuncerà oggi Conte, dopo averle illustrate alle parti sociali. Il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, ha inviato a Palazzo Chigi nuove richieste «per migliorare il decreto».

La più urgente è il trasporto pubblico, che tutti i sindaci della Lombardia vorrebbero «rimodulare». Il Piemonte guidato da Alberto Cirio ha chiesto una stretta sui parchi pubblici e segnalato a Conte le «incongruenze» del decreto: «Perché sono aperte le lavanderie?». E dalla Campania il governatore Enzo De Luca invoca l’esercito contro assembramenti fuorilegge e ambulanti abusivi. Quasi pronto il decreto che contiene gli aiuti a imprese e famiglie. Perché gli imprenditori non siano costretti a licenziare ci saranno, annuncia Stefano Patuanelli (Sviluppo), «strumenti di cassa integrazione straordinaria in deroga che avranno un finanziamento plurimiliardario».

Nella bozza di decreto con le misure economiche ci sono anche incentivi alle imprese per produrre mascherine, un bonus di 500 euro per il 2020 destinato ai “caregiver familiari” che assistono persone non autosufficienti e l’equiparazione a malattia per i lavoratori del settore privato costretti a osservare un periodo di quarantena. Altra norma importante riguarda la possibilità, per il capo della Protezione civile, di disporre la requisizione di presidi sanitari e medico-chirurgici e di altri beni, anche privati, che possano servire a «implementare il numero di posti letto specializzati». L’Agenzia delle entrate, infine, ha sospeso gli adempimenti connessi alle attività di «liquidazione, controllo, accertamento, riscossione, contenzioso tributario», a meno che non siano «in imminente scadenza».