Coronavirus, l’appello delle scienziate sul ritorno a scuola: «I vantaggi superano i rischi»

Il rapporto britannico su infezione e trasmissione in ambiente scolastico presentato dalla Public Health England appare molto confortante

Durante il lancio della campagna «Save the future», il segretario delle Nazioni Unite António Guterres ha usato parole bellissime e durissime per descrivere l’enorme danno che la chiusura delle scuole ha causato ai giovani. Ha parlato di «catastrofe generazionale», e ha detto che la priorità di tutti i governi è oggi riaprire le scuole. Pediatri, psicologi, pedagogisti, sociologi e scienziati concordano nel ritenere essenziale la riapertura per tutti a orario pieno, per permettere agli studenti di riprendere il ciclo formativo e ai genitori, soprattutto alle madri, di poter tornare a lavorare a pieno ritmo. Numerose evidenze scientifiche indicano che la riapertura della scuola potrebbe essere meno drammatica del previsto. C’è ormai accordo totale tra gli studiosi dell’argomento che i bambini si infettano molto meno degli adulti e, se infettati, sono nella maggior parte dei casi asintomatici o con sintomi molto lievi. Inoltre già i primi studi epidemiologici australiani, olandesi, tedeschi e cinesi, hanno dimostrato l’impatto minimo della chiusura o riapertura delle scuole sull’evoluzione della pandemia.

Eppure, a pochi giorni dalla ripresa della scuola il dibattito sulle modalità e i rischi di riapertura è ancora incandescente. L’opinione pubblica, se da un lato è consapevole della necessità di riaprire la scuola, dall’altra è confusa dai numerosi messaggi contrastanti che provengono dai media riguardo alla sicurezza del rientro. Anche il governo non è riuscito a dare informazioni chiare, e ha rilasciato linee guida severe, plasmate su quelle degli adulti. La responsabilità di applicarle è dei dirigenti scolastici, che si sono trovati a dover inventare soluzioni troppo spesso impossibili da realizzare in strutture scolastiche vetuste e bisognose di ristrutturazione già prima dell’emergenza Covid-19.

Tuttavia, numerose evidenze scientifiche indicano che la riapertura della scuola potrebbe essere meno drammatica del previsto. C’è ormai accordo totale tra gli studiosi dell’argomento che i bambini si infettano molto meno degli adulti e, se infettati, sono nella maggior parte dei casi asintomatici o con sintomi molto lievi. Inoltre già i primi studi epidemiologici australiani, olandesi, tedeschi e cinesi, hanno dimostrato l’impatto minimo della chiusura o riapertura delle scuole sull’evoluzione della pandemia.

Ancora più rassicurante, anche perché fatto su una popolazione scolastica più numerosa, è il rapporto su infezione e trasmissione di SARS-CoV2 in ambiente scolastico presentato il 23 agosto scorso dalla Public Health England (Agenzia del Department of Health and Social Care in Gran Bretagna ) sulla base di dati raccolti su un milione e seicentomila alunni rientrati a scuola il 1° giugno. Tra i dati principali presentati nel rapporto emerge che solo 70 bambini su 1,6 milioni analizzati (0,004%) sono risultati positivi al virus. Di questi 70, la maggioranza era asintomatica e nessuno ha avuto bisogno di cure ospedaliere. In molti casi i bambini sono stati contagiati da familiari, quindi in ambito extrascolastico. Il virus è stato diagnosticato anche a 128 membri del personale scolastico, ma nella maggior parte dei casi la trasmissione proveniva da adulti. Solo lo 0,01% (1 su 1000) delle scuole ha avuto un caso o un focolaio (due o più casi); nelle 30 scuole che hanno avuto focolai, solo in sei casi l’infezione è stata trasmessa al personale da alunni, e solo due studenti l’hanno trasmessa tra loro. Nello stesso periodo, sono stati registrati 25.470 casi totali nel Regno Unito: le scuole hanno quindi contribuito solo allo 0,7% dei casi e i bambini solo allo 0,27%. Fra i membri del personale scolastico l’incidenza non è stata superiore a quella della popolazione generale.

Considerando che in Gran Bretagna le linee guida per la scuola non prevedono l’uso della mascherina per i bambini, queste evidenze sono ancora più convincenti. La conclusione che emerge da questi dati è che i bambini non sono una «fonte comune di trasmissione», che il rischio di morte a causa della COVID-19 nei bambini è eccezionalmente basso, e che gli insegnanti ed il personale scolastico non hanno un rischio di infezione superiore rispetto al resto della popolazione attiva.

Come sappiamo, il rischio zero non esiste nella società, e quindi nemmeno a scuola. Lo studio inglese che abbiamo descritto indica però che l’equilibrio rischi/benefici è oggi spostato in modo schiacciante a favore del rientro a scuola dei bambini. Per la stragrande maggioranza di loro, i vantaggi di tornare a scuola superano di gran lunga il rischio molto basso di contagiarsi con il virus SARS-CoV2, o il rischio di contagiare i docenti e gli altri lavoratori della scuola. Una frequenza continuativa della scuola è vitale per lo sviluppo cognitivo e culturale: il lungo lockdown scolastico può influenzare non solo la capacità di apprendimento, attuale e futura, ma anche una adeguata crescita psico-socio-affettiva ed emozionale.

Pertanto, è necessaria la ridefinizione di regole di comportamento in ambito scolastico, ragionevoli, precise e condivise a livello nazionale, che permettano il ritorno a scuola per tutti, senza ulteriori interruzioni. Questo è un passo indispensabile verso il ritorno a una vita normale per i bambini e le loro famiglie.

Scienziate per la società
(Sara Gandini, Anna Rubartelli, Paola Romagnani, Giulia Casorati, Valeria Poli, Maria Rescigno, Francesca Fallarino, Michela Matteoli, Barbara Bottazzi, Rossella Marcucci, Michaela Luconi, Isabella Dalle Donne, Lucia Altucci, Anna Mondino)