Coronavirus, l’allarme dei pediatri per il ritorno a scuola: “Pochi tamponi disponibili e tante richieste”

I medici individuano le difficoltà di distinguere tra un banale raffreddore e il Covid: "Non ci spaventiamo per un naso che cola, ma con qualche linea di febbre si deve sempre stare a casa. Gli alunni asintomatici saranno tanti" La febbre può essere sintomo di Covid o di molte altre infezioni delle vie respiratorie". "Nella maggior parte dei casi, distinguere è impossibile. Ma la regola valida sempre è che il bambino con temperatura va tenuto a casa. Covid o no, la terapia è la stessa: niente scuola fino alla guarigione completa. Raramente il coronavirus provocherà sintomi gravi nei più giovani".  

Il bambino ha la tosse, qualche linea di febbre. E adesso che si fa? “Con la riapertura degli asili, la settimana scorsa, abbiamo già avuto bambini rimandati a casa per un naso che cola” racconta Paolo Biasci, presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri. E siamo a settembre, i malanni di stagione scarseggiano. Con l’arrivo di autunno e inverno, di fronte a sintomi dell’influenza così simili a quelli del Covid, difficilmente un pediatra potrà astenersi dal prescrivere un tampone. “Se per caso il bambino si rivelasse positivo e contagiasse la scuola, la responsabilità sarebbe nostra, per non aver seguito il percorso di diagnosi previsto dal documento dell’Istituto Superiore di Sanità e dei Ministeri di Salute e Istruzione” spiega Biasci. Idem quando il bambino, per rientrare in classe dopo una malattia, avrà bisogno di un attestato del medico che metta nero su bianco la sua non contagiosità.

I tamponi necessari solo per far fronte ai malanni di stagione della popolazione pediatrica potrebbero arrivare in questo modo a 750mila al mese. “Ma è una stima prudenziale” prevede Biasci. “Ognuno di noi pediatri di famiglia dall’autunno inizia a trattare come minimo 25 casi di influenza o disturbi simili alla settimana. E in Italia siamo 7.500”. Né il calcolo tiene conto dell’attenzione speciale con cui si guarderanno starnuti, riniiti e occhi lucidi il prossimo inverno. Per questo Pierluigi Lopalco, epidemiologo della Regione Puglia, invita tutti alla ragionevolezza. “Il coronavirus non deve diventare una psicosi collettiva. La febbre in un bambino va sempre approfondita. Ma il raffreddore no. Non possiamo fare un tampone a ogni starnuto. Dobbiamo allarmarci quest’anno come ci saremmo allarmati l’anno scorso”.

Il problema del coronavirus è che le linee guida ministeriali prevedono il tampone in caso di “sintomi sospetti”. E che i bambini, rispetto agli adulti, hanno più spesso malesseri sfumati, come i disturbi gastrointestinali. “La febbre può essere sintomo di Covid o di molte altre infezioni delle vie respiratorie” conferma Pierangelo Tovo, professore emerito di malattie infettive pediatriche all’università di Torino. “Nella maggior parte dei casi, distinguere è impossibile. Ma la regola valida sempre è che il bambino con temperatura va tenuto a casa. Covid o no, la terapia è la stessa: niente scuola fino alla guarigione completa. Raramente il coronavirus provocherà sintomi gravi nei più giovani”.

Il problema resta, però, per quanto riguarda il contenimento dell’epidemia nelle aule o in famiglia. Molte Regioni proprio in questi giorni stanno arruolando medici non specialisti o infermieri scolastici che aiutino a gestire i “casi sospetti”. Ogni istituto avrà un referente Covid, che sarà collegato a un referente all’interno della Asl e al pediatra di famiglia. Sarà il dipartimento di prevenzione della Asl a inviare una squadra nella scuola per effettuare il tampone, se il bambino si ammalerà fra i banchi. Se invece la febbre comparirà a casa, i genitori chiameranno il pediatra di famiglia, che attiverà la Asl per il tampone. In caso di referto positivo, la Asl avvierà il tracciamento dei contatti, il pediatra di famiglia seguirà la malattia, i genitori dovranno avvertire la scuola e attendere la guarigione, che verrà certificata con due tamponi negativi consecutivi, come per i grandi. In mancanza di complicazioni, i pediatri tenderanno a restare in contatto solo telefonico con la famiglia. “Le visite non si sono mai fermate – spiega Biasci – ma avvengono per appuntamento e distanziate, per non affollare gli studi. Noi medici indossiamo mascherine filtranti e visiere”.

Il sistema può sembrare farraginoso e ridondante, con almeno un paio di punti deboli. Uno è la possibilità che i tamponi scarseggino nella fase di picco dell’influenza. “Magari a un bambino predisposto ad ammalarsi ne ho già prescritti due in un mese. Ma non posso negargli il terzo correndo il rischio che quella volta sia positivo” spiega Biasci. Il secondo è il problema degli asintomatici, che secondo alcune stime potrebbero superare la metà dei bambini positivi. “Il vero pericolo per le scuole, dal punto di vista epidemiologico, non sono solo i bambini o gli insegnanti con la febbre” spiega Tovo. “Ma anche quelli senza alcun segno di malattia”.