Coronavirus, la verità è che per noi cambierà l’intera esistenza

Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma della civiltà: che siamo i Signori del Creato, possiamo tutto e il mondo ci appartiene. Il virus del resto ci ha ricordato qualcosa che abbiamo negato con passione — che siamo esseri fragili, costruiti della materia più delicata. Che moriamo, che siamo mortali. Che non siamo separati dal mondo con la nostra «umanità» ed eccezionalità, ma il mondo è parte di una grande rete alla quale apparteniamo, collegati agli altri esseri tramite un invisibile filo di responsabilità e influenza. Che siamo dipendenti da noi stessi e, al di là di quanto lontano sia il Paese da cui veniamo, la lingua che parliamo o il colore della nostra pelle, comunque ci ammaliamo, comunque abbiamo paura e comunque moriamo. Ci ha fatto capire che indipendentemente da quanto ci sentiamo deboli e indifesi di fronte ai pericoli, ci sono intorno a noi persone ancora più deboli, che hanno bisogno di aiuto. Ci ha ricordato di quanto siano delicati i nostri genitori anziani e i nonni e di quanto abbiano diritto alla nostra cura. Ci ha mostrato che la nostra frenetica mobilità mette in pericolo il mondo. E ha evocato quella domanda che di rado abbiamo avuto il coraggio di porci: che cosa cerchiamo davvero?

Dalla mia finestra vedo un gelso bianco, è un albero che mi affascina ed è stato uno dei motivi per cui mi sono trasferita qui. Il gelso è una pianta generosa — per tutta la primavera e per tutta l’estate nutre decine di famiglie di uccelli con i suoi frutti dolci e sani. Adesso invece il gelso non ha foglie, intravedo quindi un tratto della strada silenziosa dove di rado passa qualcuno, camminando verso il parco. A Wroclaw è praticamente estate, splende un sole accecante, il cielo è azzurro e l’aria pulita. Oggi, durante la passeggiata con il cane ho visto due gazze che scacciavano un gufo dal loro nido. Ci siamo guardati negli occhi, io e il gufo, a distanza di meno di un metro.

Ho l’impressione che anche gli animali aspettino che cosa succederà. Per me da molto tempo ormai il mondo era troppo. Troppo, troppo veloce, troppo rumoroso. Non ho quindi il «trauma dell’isolamento» e non soffro di non poter incontrare nessuno. Non mi dispiace che abbiano chiuso i cinema, mi è indifferente che i centri commerciali siano fuori servizio. Forse soltanto se penso a tutti quelli che con questo hanno perso il lavoro. Quando ho saputo della quarantena di prevenzione ho sentito qualcosa di simile a un sollievo e so che molti lo sentono, benché se ne vergognino. La mia introversione, costretta e maltrattata dai dettami degli estroversi iperattivi, si è data una spolverata ed è uscita dall’armadio.

Vedo dalla finestra il vicino di casa, un avvocato sempre molto indaffarato che solo poco fa vedevo uscire presto, di mattina, per andare in tribunale con la toga appoggiata al braccio. Adesso indossa una tuta sformata e combatte con un ramo in giardino, forse si è messo a fare le pulizie. Vedo una coppia di giovani ragazzi che portano a spasso un vecchio cane che da quest’inverno quasi non cammina. Il cane si trascina sulle gambe, ma loro, pazienti, gli fanno compagnia rallentando più che possono il passo. Il camion della spazzatura con grande rumore raccoglie i sacchi.

La vita scorre, eccome, ma a un ritmo completamente diverso. Ho fatto ordine nell’armadio e ho portato i giornali già letti nel contenitore della carta. Ho trapiantato i fiori. Ho ritirato la bicicletta dal ciclista. Cucinare mi rende felice. Insistentemente mi tornano in testa i ricordi d’infanzia, quando c’era molto più tempo ed era possibile «sprecarlo», guardando dalla finestra per ore, osservando le formiche, rimanendo sotto il tavolino immaginandosi che fosse un’arca. Oppure leggendo un’enciclopedia. O non sarà forse che siamo tornati a un normale ritmo di vita? Che non è il virus l’alterazione della norma, ma proprio l’opposto — che quel mondo febbrile di prima del virus era anormale? Il virus del resto ci ha ricordato qualcosa che abbiamo negato con passione — che siamo esseri fragili, costruiti della materia più delicata. Che moriamo, che siamo mortali. Che non siamo separati dal mondo con la nostra «umanità» ed eccezionalità, ma il mondo è parte di una grande rete alla quale apparteniamo, collegati agli altri esseri tramite un invisibile filo di responsabilità e influenza. Che siamo dipendenti da noi stessi e, al di là di quanto lontano sia il Paese da cui veniamo, la lingua che parliamo o il colore della nostra pelle, comunque ci ammaliamo, comunque abbiamo paura e comunque moriamo.

Ci ha fatto capire che indipendentemente da quanto ci sentiamo deboli e indifesi di fronte ai pericoli, ci sono intorno a noi persone ancora più deboli, che hanno bisogno di aiuto. Ci ha ricordato di quanto siano delicati i nostri genitori anziani e i nonni e di quanto abbiano diritto alla nostra cura. Ci ha mostrato che la nostra frenetica mobilità mette in pericolo il mondo. E ha evocato quella domanda che di rado abbiamo avuto il coraggio di porci: che cosa cerchiamo davvero?

La paura di fronte alla malattia, quindi, ci ha fatto tornare indietro da quella strada ingarbugliata e ci ha costretti a ricordare l’esistenza del nido da cui veniamo e dove ci sentiamo al sicuro. E persino se fossimo chissà quali straordinari viaggiatori, in una situazione come questa, cercheremmo riparo in una casa. Con questo ci si sono rivelate delle tristi verità — che in tempo di pericolo il pensiero torna alle categorie chiuse ed esclusive delle nazioni e dei confini. In questo momento difficile è venuto fuori quanto sia debole, in pratica, l’idea di comunione europea. L’Unione, di fatto, ha rinunciato alla partita a tavolino e ha lasciato le decisioni in tempo di crisi agli Stati nazionali. Ritengo la chiusura dei confini una delle più grandi sconfitte di questi nostri tempi magri — sono tornati i vecchi egoismi e le categorie di «noi» e «loro», ossia ciò contro cui abbiamo lottato negli ultimi anni con la speranza che non avrebbe mai più formato il nostro pensiero. La paura davanti al virus ha richiamato automaticamente le condizioni ataviche più banali, che i colpevoli sono altri e che loro, sempre da un altrove, portano il pericolo. In Europa il virus viene «da», non è nostro, è straniero. In Polonia, tutti quelli che sono rientrati dall’estero sono diventati sospetti. L’ondata violenta della chiusura dei confini, le mostruose file ai valichi di frontiera per molti giovani sono state di sicuro uno choc. Il virus ce lo ricorda: i confini esistono e stanno bene. Sappiamo inoltre che il virus ci ricorderà in fretta un’altra vecchia verità, quanto davvero non siamo uguali. Alcuni di noi volano con aerei privati a casa su un’isola oppure stanno isolati nel bosco, altri rimangono in città per lavorare in una centrale elettrica o a un acquedotto. Altri ancora rischieranno la salute lavorando nei negozi e negli ospedali. Alcuni guadagneranno con l’epidemia, altri perderanno i risparmi di una vita intera. La crisi, quando arriva, compromette quelle regole che ci sembravano stabili, molti Paesi non riusciranno a gestirla e di fronte alla loro decomposizione si risveglieranno ordini nuovi, come spesso accade dopo le crisi. Rimaniamo in casa, leggiamo i libri e guardiamo le serie in televisione, ma in realtà ci stiamo preparando alla grande battaglia per una nuova realtà che non siamo neanche in grado di immaginare, comprendendo lentamente, che niente ormai sarà più come era prima. La situazione della quarantena obbligatoria e dell’acquartieramento della famiglia in casa forse può farci capire qualcosa che proprio non vorremmo ammettere, e cioè che la famiglia ci stanca, che i legami matrimoniali si sono allentati da tempo. I nostri figli usciranno dalla quarantena dipendenti da Internet e molti di noi comprenderanno l’inutilità e la sterilità della situazione nella quale meccanicamente e per moto d’inerzia rimangono bloccati. E cosa dire se aumenterà il numero degli omicidi, dei suicidi e delle malattie mentali?

Davanti ai nostri occhi si dissolve come nebbia al sole il paradigma della civiltà che ci ha formato negli ultimi duecento anni: che siamo i signori del Creato, possiamo tutto e il mondo appartiene a noi.

Stanno arrivando tempi nuovi.

Questo pezzo è stato pubblicato sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Segnale della vicinanza culturale al tempo della distanza politico-sociale, gli articoli della serie «Finestra sul Mondo» vengono pubblicati in altre testate internazionali come Politiken, Presse e Observador

(Traduzione dal polacco di Irene Salvatori)