Coronavirus, la ricetta del professore Franco Prodi: “Soltanto controllando l’aria si può isolare l’infezione”

«Sono molto preoccupato. La clausura, il distacco sociale, vengono imposti come unica soluzione possibile per contrastare la diffusione del Covid-19, implicitamente attribuendo il contagio alla sola interazione tra persone. Ma non è così, tant'è che la segregazione degli individui all'interno delle loro abitazioni fatica a portare i vantaggi attesi, pur essendo al momento assolutamente necessaria. Perciò, adesso che si parla di ripartenza, non possiamo pensare che siano sufficienti divisori in plexigas, mascherine e distanze tra le persone. Bisogna considerare quanto dice la fisica dell'aerosol: il virus resta sospeso nell'aria e ne segue le vicissitudini. Pertanto, se si vuole riaprire in sicurezza, non bastano tamponi ed esami del sangue, bisogna testare la presenza effettiva del vibrione in atmosfera almeno in diverse situazioni tipiche (centro urbano, periferie aree rurali, e anche a diverse altezza dal suolo)». Dall'altro capo del telefono, dalla sua casa bolognese, sta parlando il professor Franco Prodi, uno dei più importanti studiosi al mondo di fisica dell'atmosfera, meteorologia e climatologia. «Ho studiato una vita, sono stato finanziato dal denaro pubblico e ritengo mio dovere restituire quanto ricevuto mettendo i cittadini a conoscenza dell'altra metà della storia del contagio, intorno alla quale vige un silenzio assoluto e colpevole».

La tesi dell’accademico è lineare. Quando una persona infettata starnutisce, emette goccioline che possono contenere virus (quando è nell’ aria si chiama vibrione). Se le goccioline sono di una certa consistenza, cadono al suolo rapidamente. Se invece esse sono piccolissime, 5-10 micron, e in uno starnuto ce ne sono parecchie di questo tipo, la parte acquosa evapora e nell’aria rimane, insieme ad altri residui, il vibrione, che può restare attivo per alcune ore, e può viaggiare anche per centinaia di metri. Poiché è invisibile anche al microscopio ottico, bisogna ricorrere alle osservazioni al microscopio elettronico per individuarlo. «Bisogna stare molto attenti agli impianti di condizionamento – ammonisce Prodi, – perché gli split di areazione possono trasformarsi in untori. In ufficio si può stare distanti anche venti metri l’uno dall’altro, ma se poi si respira aria introdotta dallo stesso impianto, tanto vale stare vicini».

Anche il mito della mascherina va esaminato alla luce della fisica dell’ aerosol: «È utile, ma la sua efficacia non è totale. È in grado di fermare le goccioline e le particelle più grandi, che trovano in essa un ostacolo immediato, ma non quelle piccole, le quali possono attraversarla e restano nell’ aria con la loro carica contagiosa». Se si vogliono proteggere i medici, al di là degli scafandri indossati da coloro che operano nelle sale di rianimazione dei reparti Covid-19, l’ideale sarebbe adottare per il personale sanitario caschetti dotati di pompe che alimentino i filtri assoluti, con aria che arrivi direttamente all’ operatore e gli consenta di respirare aria perfettamente filtrata. «Io li avevo già studiati quindici anni fa – rivela Prodi, – poi dovetti interrompere per mancanza di fondi, ma il progetto è in stadio avanzato. Andrebbero precettate industrie e sfornati a decine di migliaia. È un’operazione che si può fare in una settimana, invece qui, per quanto ne so, non si è fatto ancora nulla».

È il fattore tempo una delle maggiori preoccupazioni del professore. «Possibile che in due mesi, con tutte le commissioni scientifiche che ci sono, non abbia mai sentito parlare della necessità di monitorare lo stato del vibrione nell’ aria? Capisco che spaventi sapere che il virus giri liberamente alla faccia di mascherine e isolamento, ma non è un buon motivo per far finta che non sia così» si lamenta il professore. Questo silenzio è la prova di come i differenti settori del mondo della scienza non si parlino tra di loro. «La trasmissione di conoscenze tra ambiente medico e ambiente fisico è assai carente».

Nessuna malafede secondo Prodi, solo «la prova dell’ignoranza che regna sovrana nel nostro Paese, dove il rispetto per la scienza si è via via degradato, fino ad arrivare a mettere persone inadeguate in posti importanti, umiliando le competenze». E oggi se ne raccolgono i frutti. Ce ne sarebbe da dire, ma l’ intento di Prodi non è polemico. «Vorrei solo – spiega – che si facessero dei campionamenti in aria seguiti da osservazioni con microscopi elettronici, che nel Paese non mancano e vegnono utilizzati anche per altre ricerche (struttura della materia, microelettronica etc). Dovrebbero stare accesi 24 ore su 24 per l’ osservazione dei supporti di campionamento.

In Italia ogni Regione ha i suoi laboratori di monitoraggio della qualità dell’aria. Poi ci sono le unità di ricerca nelle università e negli enti di ricerca. Ciascuna Agenzia Regionale di Protezione dell’Ambiente ha una rete di centraline e punti d’ osservazione. Oltre a misurare l’inquinamento, utilizziamola anche per sapere quanto il Covid-19 è diffuso nell’ atmosfera. Non costa nulla e potrebbe consentire di riaprire vaste aree d’ talia, impianti industriali in zone non infettate. Inoltre è un sistema di misurazione della diffusione del contagio più economico, più preciso e più sicuro». L’uovo di Colombo. Basta richiedere ai fisici dell’ aerosol e ai microscopisti elettronici di fare la loro parte in un momento come questo. L’ occasione del colloquio è ghiotta e non si può non chiedere al climatologo se l’estate ci libererà dal Covid-19. «La domanda mi dà modo di parlare del ruolo della precipitazione nella rimozione del virus dall’ atmosfera. Al Nord praticamente non piove da febbraio, e purtroppo non sono previste precipitazioni ancora per una dozzina di giorni.

L’acqua lava e pulisce. Basterebbe correlare provincia per provincia l’intensità di precipitazione ai ricoveri cinque-sei giorni dopo le piogge, il tempo di incubazione. Dono certo che si noterebbe una diminuzione. Sono convinto che il Sud sia stato meno colpito dal Covid-19 perché è stato oggetto di successive perturbazioni in questi ultimi mesi». Sì professore, ma il caldo? «Quanto all’estate, con il caldo le influenze normali spariscono e si dice che il Covid-19 soffra oltre il 15 gradi e sotto i 5. La temperatura alta e le radiazioni ultraviolette normalmente nuocciono ai virus, pertanto è legittimo attendersi una contrazione estiva della pandemia. Oltre al caldo però, conta il vento, altro grande assente dalla Pianura Padana. Esso diluisce le concentrazioni degli inquinanti, redistribuendoli negli strati più alti e attenua la forza contagiosa del virus».