Coronavirus, la mappa dei ricoveri regione per regione

Dalla Lombardia all’Emilia-Romagna, rallentano i nuovi ingressi degli ammalati nei nosocomi. Gli esperti dell’Istituto Mario Negri: «Picco raggiunto? Abbiamo riscontri dai modelli matematici, ma sarà necessario ancora del tempo perché diminuisca la pressione sui reparti di cura»

Oltre 26 mila ricoveri a ieri: quasi la metà, 11 mila e rotti, in Lombardia, la più colpita dal Covid-19 e cartina di tornasole di quel che accade (o può succedere) nel resto d’Italia. Spesso oscurata nei resoconti giornalieri dai risultati dei tamponi, l’analisi della curva sul numero di malati da coronavirus in ospedale può fornirci informazioni utili anche sull’andamento dei contagi e sui comportamenti che dobbiamo adottare in futuro. Primo tra tutti, con l’aiuto del medico di famiglia, stare attenti a non arrivare in ospedale troppo tardi. Un passo alla volta. È ormai noto che i bollettini quotidiani sui test eseguiti possono essere fuorvianti. Il motivo è che vengono comunicati i risultati dei tamponi e non la data di esecuzione. L’informazione sconta il tempo necessario alla refertazione delle analisi: a seconda dei giorni, i laboratori possono riuscire a smaltire più o meno campioni. La differenza temporale tra la data dell’esecuzione dell’esame e il referto, che è quello comunicato nelle conferenze stampa, non può essere trascurata. Un giorno può esserci un incremento importante di casi perché i laboratori sono riusciti a caricare nei database molti risultati, l’indomani un calo perché i referti eseguiti sono inferiori.

I ricoveri

I ricoveri sono reali. Particolarmente attendibili. E, statistiche alla mano, emerge un rallentamento in percentuale dei nuovi ingressi in ospedale: in Lombardia tra venerdì 6 e giovedì 12 marzo, l’incremento medio è del 20%, la settimana successiva dell’8%, ora del 5,6%. Così l’assessore alla Sanità Giulio Gallera può commentare: «Continua a ridursi la pressione sui Pronto soccorso. Al Policlinico San Matteo di Pavia abbiamo registrato addirittura una riduzione degli accessi del 30% e a Lodi il numero di pazienti che hanno fatto accessi per problemi non connessi al Covid-19 è più alto del numero dei pazienti coronavirus». Insomma: un rallentamento nella circolazione del virus effettivamente c’è. Il dato, però, non deve trarre in inganno. Altrimenti può essere rischioso per ciascuno di noi. In Lombardia come nel resto d’Italia.

I modelli matematici

Il perché lo spiegano l’epidemiologo Guido Bertolini e lo statistico Giovanni Nattino dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Bergamo, nonché membri dell’Unità di crisi di Regione Lombardia. «Prima ci ammaliamo, poi andiamo in ospedale — spiegano gli esperti —. Dunque, per sua natura la curva dei ricoveri è destinata a scendere dopo quella dei contagi. Ciò vuol dire che gli ospedali andranno, comunque, avanti ancora a essere intasati». Ma va analizzato un altro dato. Se i risultati giornalieri dei tamponi non sono attendibili per i motivi noti, è altrettanto vero che il trend settimanale fornisce informazioni realistiche sull’andamento dei contagi.

In ospedale troppo tardi

Qui spunta un andamento che deve farci riflettere. «Paragonando settimana su settimana, la curva dei ricoveri (meno 2,5 punti in percentuale) rallenta meno rispetto a quella dei contagiati (meno 4) — osservano Bertolini e Nattino —. Ciò può essere non solo il segnale che prima ci ammaliamo, poi ci facciamo ricoverare, ma anche la spia che chi ha il Covid-19 va in ospedale troppo tardi, rischiando di arrivarci in condizioni gravi». Di qui il monito degli esperti alla popolazione: «Il timore è che troppa gente stia a casa con i sintomi senza capire la gravità delle proprie condizioni — ribadiscono gli esperti del Mario Negri—. Perciò è fondamentale il ruolo del medico di famiglia che deve capire quando indirizzare in ospedale i pazienti. Senza farli arrivare solo quando sono gravi». Non è una questione solo della Lombardia: «Il fenomeno è simile anche in Piemonte, Toscana e Veneto», sottolineano. La speranza è che il picco dei contagi sia già stato raggiunto: «I modelli matematici che stiamo studiando ci danno riscontri in questo senso — assicurano Bertolini e Nattino —. Ma prima che l’effetto si ripercuota nella stessa misura sugli ospedali ci vorrà ancora del tempo. Anche perché arriverà l’onda lunga dei contagiati non sottoposti a tampone, ma bisognosi di cure ospedaliere».