Coronavirus in Svezia, morti e contagi: i numeri per capire se il modello di Stoccolma funziona

Il modello svedese di contrasto all’epidemia si basa sulla mitigazione dolce e non ha previsto alcun lockdown. Ma funziona? Ecco cosa dicono i numeri. I decessi. Stando al database della Johns Hopkins University, al 21 maggio la Svezia ha avuto 3.871 morti, contro i 561 della Danimarca, i 306 della Finlandia e i 235 della Norvegia. Detto in altri termini, con un terzo in meno di abitanti (10,2 milioni contro i 16,7 complessivi degli altri tre Paesi), la Svezia ha avuto tre volte e mezzo più morti. E quasi sette volte (il 690% in più, se preferite) rispetto alla Danimarca, che pure ha una densità sei volte maggiore (cosa che rende molto più complicati il distanziamento fisico e il contenimento dell’epidemia

Ma, insomma, funziona o no il “modello svedese”, senza lockdown? La domanda, a quanto pare, continua ad appassionare. Proviamo a rispondere in base ai numeri (quanto ai presupposti, resta imprescindibile il pezzo che Sandro Modeo ha scritto per il Corriere). Premessa: visto che la pandemia non ha colpito, almeno finora, tutte le zone del mondo con la stessa virulenza, ci sembra sensato paragonare, per omogeneità, il caso svedese con quello degli altri Paesi nordici (Danimarca, Norvegia, Finlandia).

Perciò, ecco i dati di partenza da tenere a mente: la Svezia ha una popolazione di poco più di 10,2 milioni di abitanti e una densità di 23 abitanti per chilometro quadrato; la Danimarca 5,8 milioni (densità 136); la Norvegia 5,4 milioni (14) e la Finlandia 5,5 milioni (densità 16).

I morti: il confronto tra Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia

Primo elemento: i decessi. Stando al database della Johns Hopkins University, al 21 maggio la Svezia ha avuto 3.871 morti, contro i 561 della Danimarca, i 306 della Finlandia e i 235 della Norvegia. Detto in altri termini, con un terzo in meno di abitanti (10,2 milioni contro i 16,7 complessivi degli altri tre Paesi), la Svezia ha avuto tre volte e mezzo più morti. E quasi sette volte (il 690% in più, se preferite) rispetto alla Danimarca, che pure ha una densità sei volte maggiore (cosa che rende molto più complicati il distanziamento fisico e il contenimento dell’epidemia). Vero è che, anche in Svezia, come in altri Paesi, molti decessi sono avvenuti nelle case di riposo, per motivi quindi solo in parte legati al mancato lockdown.

Il numero (piuttosto scarso) di tamponi

Secondo elemento: i tamponi. In base ai numeri di Our World in Data, ripresi dal Corriere, la Svezia ha effettuato il minor numero di tamponi, per mille abitanti, fra i Paesi nordici: 20,78. Poco sotto la Finlandia (27,42) ma molto distante dalla Norvegia (40,58) e dalla Danimarca (69,44, seconda nel mondo solo all’Islanda, che ne ha effettuati 167,46 ogni mille abitanti; l’Italia è quinta con 51,35).

L’impatto economico

Terzo elemento: l’impatto economico. I sostenitori del modello svedese sostengono che avere evitato il lockdown ha consentito di non fermare l’economia, limitando così i danni (ammesso e non concesso che si possano mettere sullo stesso piano perdite economiche e perdite umane). Ma è davvero così? Il 10 maggio Richard Milne, corrispondente dai Paesi nordici del Financial Times, ha scritto che a marzo il Pil svedese ha perso solo lo 0,3%, rispetto al 3,8% medio dell’eurozona. «Ma gli economisti – ha aggiunto – sostengono che è improbabile che, sul lungo periodo, la Svezia riesca a evitare il forte danno economico del resto d’Europa. La Commissione europea prevede che il Pil svedese calerà quest’anno del 6,1%. La Riksbank, la banca centrale svedese, fa una previsione ancor più fosca, con il Pil in contrazione dal 7 al 10% e un tasso di disoccupazione in salita fino al 9-10,4%». Il motivo è intuibile: l’economia svedese è integrata in quella globale e ne subisce gli scossoni. Gli stabilimenti Volvo, per fare solo un esempio, hanno dovuto chiudere per diverse settimane per mancanza di pezzi prodotti in altri Paesi, oltre che per il calo della domanda.

Gli aspetti psicologici (e il nodo dei parchi)

Quarto elemento: l’impatto psicologico. L’isolamento, inutile nasconderselo, causa stress e disagio mentale, in gradi variabili. E qui l’esempio svedese qualcosa di buono può insegnare, come spiega Josh Michaud, della Kaiser Family Foundation, su Foreign Affairs (in risposta a un altro articolo, pro modello Svezia, uscito sul sito della stessa rivista). «Un modo in cui alcuni Paesi in lockdown potrebbero seguire in sicurezza la linea svedese è consentire l’accesso ai parchi e ad altri spazi aperti» (altro che il «dagli all’untore» visto in Italia nei confronti di chi usciva per correre o passeggiare). Se si rispetta il distanziamento, e qui va dato atto agli svedesi di aver dimostrato senso civico, avendo anche ridotto gli spostamenti, come rilevato dai dati di Google Maps, i luoghi aperti sono infatti (vento permettendo) molto meno a rischio contagio di quelli chiusi e frequentarli riduce lo stress da contagio.

Una scommessa ad alto rischio

Quinto elemento: la seconda ondata. Altro argomento a sostegno del modello svedese è che, in caso di una seconda ondata di contagi in autunno, il Paese scandinavo potrà affrontarla in condizioni molto migliori di altri. Dal punto di vista psicologico forse sì, non avendo sulle spalle la «reclusione» (anche se il numero di morti ricordato all’inizio non sarà cancellabile). Da quello sanitario, Michaud sottolinea che, se l’obiettivo, pur non dichiarato, è l’immunità di gregge, la Svezia ne è comunque ancora molto lontana (gli studi che cita fanno ipotizzare un 12-13% massimo di immunizzati nella regione di Stoccolma, la più colpita). E, sottolinea, «si tratta di una scommessa ad alto rischio, che accetta che molti debbano morire oggi per proteggere il Paese in futuro».