Coronavirus in Europa: perché Romania, Bulgaria, Albania e Grecia hanno avuto meno morti

Le nazioni più deboli hanno avuto in proporzione alla popolazione un decimo dei morti. Hanno applicato prima lockdown stringenti

coronavirus in europa

Dopo tre mesi di questa crisi sanitaria i dati accumulati iniziano a permetterci di iniziare a leggere la sua storia, o almeno la sua prima parte, Ne emerge che in Europa hanno vinto i Paesi considerati di solito più deboli, hanno vinto i meno ricchi e quelli chiaramente poveri. Romania, Bulgaria, Grecia, Albania, Ungheria o Slovacchia hanno avuto – in proporzione alla popolazione – molti meno e spesso meno di un decimo dei morti dei Paesi dell’Europa ricca come Francia, Germania, Svizzera, Svezia, Belgio, Danimarca, Gran Bretagna. Hanno avuto molti meno contagi, sono riusciti a controllare la curva dell’epidemia e a piegarla prima.

Gli indizi

Fortuna? Forse anche. Forse meno persone portatrici del virus si sono trasferite in quella regione centro orientale d’Europa nelle settimane decisive di gennaio e febbraio. Ma alcuni indizi presenti nei dati fanno pensare che c’è anche qualcos’altro: quei Paesi sono stati più umili, perché erano più consapevoli della fragilità dei loro sistemi sanitari. Per questo non hanno preso alla leggera i segnali che arrivavano da Italia e Spagna e hanno deciso di applicare prima, e con più rigore, regimi di lockdown più stringenti. Sapevano che non potevano permettersi di prendersi rischi.

La fotografia della situazione

Una fotografia del quadro del 15 marzo scorso permette di capire come il cammino delle due parti d’Europa – la più ricca a Occidente, la meno ricca più a Oriente – si sia divaricato molto presto in questa crisi. Quel giorno l’Italia contava già 1809 morti per coronavirus e 24 mila contagi. La Spagna aveva 294 morti e 7988 casi, ma il resto d’Europa poteva pensare di essere quasi indenne. La Francia, il terzo Paese allora più colpito in grandezze assolute, aveva 127 morti e 5423 contagi registrati. Molti nel resto dell’Europa occidentale sospettavano tacitamente, e un po’ sdegnosamente, che l’epidemia nell’Europa del Sud fosse frutto della disorganizzazione dei paesi coinvolti.

Se si guarda allo “Government Response Stringency Index” della Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford – una misura a punti della restrittività dei lockdown, da 1 per la massima apertura a 100 per la massima chiusura – a metà marzo il gruppo dei Paesi “umili” si era già mosso per anticipare il contagio sulla base di ciò a cui stava assistendo in Italia. L’Albania era 84, la Slovacchia a 71, la Romania a 67, la Polonia a 60, l’Ungheria a 59, la Grecia a 57. Invece i Paesi più ricchi sembravano decisamente più rilassati (la Germania a 37, la Francia a 50, il Belgio 53, Gran Bretagna a 11, la Svizzera 46, la Svezia. Una stretta del confinamento in quasi tutta l’Europa occidentale sarebbe arrivata solo a fine marzo, dieci giorni dopo, quando ormai era chiaro che l’epidemia non era solo un problema dell’Italia o della Spagna. Sono stati dieci giorni fatali, che potrebbero essere costati decine di migliaia di morti.

I segni

Due mesi e mezzo dopo ci sono tutti i segni che la sottovalutazione dei Paesi più forti d’Europa ha comportato un costo molto alto. E che l’umiltà dei Paesi poveri d’Europa ha dato i suoi frutti. Li ha resi più lungimiranti e meno fragili. In base ai dati del Worldometer l’Albania oggi conta solo 11 morti per milione di abitanti, la Gran Bretagna 536 morti. La Grecia conta 16 morti per milione di abitanti, il Belgio 795. La Slovacchia 5 morti, la Francia 432. La Svizzera 220 morti (ma con dati che sembrano incoerentemente bassi, a un’analisi accurata), la Romania 60. La Germania 99 (con una cautela simile a quella che vale per i dati svizzeri), mentre la Polonia 60.

La consapevolezza

Una drammatica pandemia non è certo il contesto adatto per parabole generiche e moraleggianti sul valore dell’umiltà e della prudenza e sui rischi insiti nell’eccessiva sicurezza di sé. Ma la consapevolezza della propria fragilità questa sembra aver reso a nazioni vicine come l’Albania o la Grecia un grande servigio.