Coronavirus, il G7 prepara le armi per evitare la recessione. Ma la Bce rimane cauta

L’impressione è di assistere di nuovo — si spera in formato ridotto — all’innesco della crisi finanziaria di più di dieci anni fa. Non per i crolli dei corsi azionari, anche se per violenza quelli della settimana scorsa sono stati paragonabili a quelli del 2008. Né per la paralisi dell’attività economica, anche se gli indici della fiducia dei manager industriali e dei servizi in Cina in febbraio sono crollati verticalmente ai minimi di sempre.

No: se qualcosa dà una sensazione di déjà vu, è la risposta dei grandi poli monetari e produttivi. Come allora solo in una parte del pianeta i leader continuano a reagire con distacco, lasciando intendere che in fondo non serve fare altro se non attendere. Nel frattempo la Banca del popolo della Cina ha già lanciato iniezioni straordinarie di liquidità, mirate a sostenere le imprese che hanno visto arrestare drammaticamente i flussi di cassa a causa del blocco sanitario. La Federal Reserve americana ha fatto capire che lavora a nuovi tagli dei tassi — venerdì sera è intervenuto il presidente Jerome Powell — e ci si potrebbe arrivare senza neanche attendere la prossima riunione di vertice il 17-18 marzo. Intanto la Casa Bianca ha già fatto filtrare che studia nuovi tagli alle tasse per rispondere a una possibile frenata globale imposta dal coronavirus. Quanto alla Banca del Giappone, secondo l’agenzia «Market News» è anch’essa sul punto di lanciare altre misure straordinarie di liquidità. E persino Hong Kong si è mossa immediatamente: quest’anno distribuirà l’equivalente di duemila euro per abitante, di fatto sottoscritti dall’autorità monetaria, sotto forma di assegni ai cittadini o di garanzie sui prestiti alle imprese.

Come nel 2008 l’area euro invece per ora prende tempo, come se la serietà delle conseguenze economiche di Covid-19 non fosse entrata ancora del tutto nei radar. Christine Lagarde, la nuova presidente che ha preso le redini della Banca centrale europea da Mario Draghi, giovedì ha detto che non lavora a nessuna reazione particolare «perché lo scenario di base è di un contenimento (del coronavirus, ndr) in tempi relativamente brevi». Il suo capoeconomista Philip Lane giorni prima aveva già previsto «una ripresa a V», senza neanche aspettare di misurare quanto esteso sia il contagio in Europa e nel mondo. La vede diversamente invece il colosso tedesco Basf, che vive da settimane le crisi dei fornitori e gli ostacoli sulle catene globali del valore. Spiega il suo amministratore delegato Martin Brudermüller, prevedendo che l’economia internazionale vivrà il momento peggiore nei primi sei mesi dell’anno: «Non ci aspettiamo che gli effetti siano del tutto superati entro la fine del 2020».

Americani, europei e giapponesi ne parleranno oggi e domani negli Stati Uniti a un incontro del G7 Finanze, per la prima volta tutto dedicato a come salvare la ripresa internazionale dall’epidemia. Di certo però gli investitori internazionali hanno già notato che l’Europa, per ora, resta indietro nella corsa a sostenere le imprese e la crescita: negli ultimi dieci giorni il dollaro si è già svalutato del 2% sull’euro — dando un margine di vantaggio all’export americano — mentre mosse simili si notano anche fra la moneta unica e lo yen giapponese o lo yuan cinese.

Niente di tutto questo significa che l’area euro giri le spalle all’Italia in particolare: non incontrerà sicuramente ostacoli a Bruxelles l’impiego di poco più di quattro miliardi in deficit in più da parte del governo di Roma, anche perché le regole di bilancio prevedono deroghe in «circostanze eccezionali». Ma un margine di spesa in più per lo 0,2% del Prodotto lordo in un solo Paese non risolve un’incertezza molto più profonda su tutta l’area euro e sull’Italia in particolare.