Coronavirus, il disastro del Perù: più contagi dell’Italia malgrado le cautele

Il dolore della comunità immigrata, con tanti parenti tra le vittime: un centralino per l’assistenza psicologica

A differenza dell’omologo presidente del vicino Brasile, il presidente della Repubblica peruviana Martín Vizcarra ha fatto, contro l’arrivo del Covid-19, tutto il possibile. Un lockdown iniziato a marzo, tra i primi del continente; da subito aiuti in denaro alla popolazione più povera e pacchi di cibo distribuiti dal ministero della Difesa; coprifuoco e permessi di uscire alternati tra maschi e femmine finché il virus, a metà maggio, ha raggiunto il picco. Eppure il Perù, con più di 244 mila casi (su 32 milioni di abitanti) e circa 7.500 morti, è ora sesto nella classifica dei contagi, avendo superato quelli dell’Italia che pure ha una popolazione quasi doppia. Da maggio i nuovi contagi giornalieri aumentano stabilmente e hanno raggiunto gli 8 mila al giorno. Le misure del governo, pure tra le più prudenti dell’America Latina, non sono bastate: le condizioni di vita arretrate e il collasso del sistema sanitario hanno reso il lockdown praticamente inefficace. In tutto il Perù, all’inizio della pandemia, c’erano 250 ventilatori polmonari (nella sola Lombardia ce n’erano 720). Nel Nord del Paese, vicino all’Amazzonia, erano già in corso epidemie di dengue, leptospirosi e zika. Gli ospedali sono collassati.

Le condizioni di vita, poi, hanno reso difficile rispettare l’isolamento. Dall’ultimo censimento: solo il 49% delle case ha un frigo, ciò che ha costretto molti a uscire nei mercati, affollati per gli orari ristretti, per mangiare. A maggio l’80% dei fruttivendoli di Lima aveva il Covid. Il 39% dei peruviani non ha un conto in banca, e gli aiuti del governo (380 soles, 100 euro, a persona) li ha dovuti ritirare a mano: altre code, altri contagi. Il 30% vive in «case piccole»: anche 7 letti per stanza. Ma soprattutto il 72% dei posti di lavoro è in nero. Niente contratto, niente tutele. Nelle miniere, altri focolai, non si è smesso di estrarre rame e argento.

La fragilità dei progressi economici del Paese è evidente in questa crisi, che Vizcarra ha definito «la più grave della nostra storia»; e anche nella diaspora (il 70% dei peruviani sono emigrati dal 1935, oggi in Italia sono 97 mila) la preoccupazione è forte. Al consolato del Perù a Milano è nato uno sportello telefonico gratuito dove due psicologhe, Gabriela del Castillo Farfán e Orieta Huamán Luna, aiutano chi è in ansia per i cari in patria (alla pagina Facebook @ConsuladoPeruEnMilan). Con un milione in Brasile, e 2 milioni totali di contagi registrati (ma i registri anagrafici, con fino al doppio dei morti rispetto al 2019, fanno pensare che i casi veri siano di più) l’America Latina è il nuovo epicentro della pandemia.