Coronavirus, il diplomatico Usa Haass: «Se accetta gli aiuti l’Italia si lega alla Cina. Prima o poi dovrà pagarne il conto»

L’ex consigliere di Bush padre, presidente del Council on Foreign Relations da 17 anni: «La Repubblica Popolare ha gestito malissimo la crisi, è una ragione fondamentale per la situazione attuale. Non c’è prova che il virus venga dal laboratorio di Wuhan, ma se fosse vero Pechino rischia una crisi politica»

«C’è preoccupazione in America per l’avvicinamento dell’Italia alla Cina, per come Pechino userà una potenziale dipendenza da sé per cercare di manipolare il vostro Paese», dice al telefono da New York il diplomatico Richard Haass, voce rispettata della politica estera americana, presidente da 17 anni del «Council on Foreign Relations», il più noto think tank in materia di relazioni internazionali, e già alto funzionario nel Dipartimento di Stato di Colin Powell sotto Bush padre (l’ultimo suo libro, «The World», è in uscita il 12 maggio). «Penso che il governo italiano debba valutare le cose nel contesto del suo rapporto con la Nato, gli Stati Uniti e l’Unione europea. Avvicinandosi così tanto alla Cina, sta gettando i semi per seri problemi nel lungo periodo. Non parlo ovviamente a nome del mio governo, ma chiunque abbia a cuore le relazioni transatlantiche (e abbia a cuore l’Italia), deve chiedersi quanto sia saggio per il vostro governo entrare in questo rapporto così stretto. Niente si fa per niente. Se la Cina aiuta l’Italia, prima o poi verrà l’ora di pagare».

Dopo la pandemia alcuni predicono un nuovo ordine mondiale guidato da Pechino, altri la fine della leadership cinese. Lei invece, in un recente articolo sulla rivista Foreign Affairs, sostiene che non si invertirà la rotta, ma si accelereranno le tendenze in atto. Che vuol dire per i rapporti Usa-Cina?
«Il mondo che gradualmente emergerà assomiglierà a quello passato, ma in molti casi sarà peggiore. Sin dalla fine della Guerra Fredda il rapporto tra gli Stati Uniti e la Cina era in cerca di un fondamento, di una logica: non potevano più collaborare sulla base dell’ostilità condivisa verso l’Unione Sovietica, si sperava che i crescenti legami economici avrebbero fornito una nuova base, ma gradualmente sono diventati essi stessi fonte di tensione. Anche prima della pandemia, repubblicani e democratici fuori e dentro l’Amministrazione avevano problemi con la Cina, non erano convinti dalle affermazioni di Trump sulla sua buona intesa con Xi Jinping. La pandemia ha peggiorato le relazioni, per via della gestione del focolaio a Wuhan, della mancanza di trasparenza, delle accuse di alcuni funzionari cinesi agli americani di aver diffuso il virus, e poi perché i cinesi vogliono sfruttare la situazione per ampliare la propria influenza fornendo equipaggiamenti e prestiti. Non la chiamerei una crisi, ma ha il potenziale di diventarlo. Ed essendo la relazione bilaterale più importante del mondo, è più arduo cooperare su questioni regionali e globali».

Che cosa pensa dei sospetti che il virus provenga dal laboratorio di Wuhan?
«Sono a conoscenza di tutte le teorie, ciò che posso dire è che non ho visto prove specifiche che venga dal laboratorio, ma il fatto che ci sia questa teoria riflette la mancanza di trasparenza. Se emergesse che il virus è sfuggito dal laboratorio, non solo sarebbe terribile per la reputazione mondiale della Cina, ma potrebbe aprire una crisi politica interna. Significherebbe che la leadership ha mentito. C’è molto in gioco».

Il tabloid tedesco «Bild» avanza l’ipotesi di chiedere a Pechino 165 miliardi per i danni causati dal Covid-19.
«Anche negli Stati Uniti ci sono tentativi perché la Cina sia resa legalmente e finanziariamente responsabile. Non credo che andranno in porto. Ma penso che la reputazione della Cina ne soffrirà: non può essere incolpata per la mancanza di preparazione o la lentezza — comune ai nostri Paesi —, ma è un sistema autoritario che ha gestito malissimo la crisi: una ragione fondamentale per cui il mondo è nella situazione attuale».

Che impatto avrà la pandemia sull’idea di declino dell’Occidente? Se Joe Biden diventasse presidente, la politica estera Usa cambierà?
«Se Biden, l’ex vicepresidente, diventasse presidente ci sarebbero differenze significative con Trump, ma non torneremo mai agli Stati Uniti di quattro o otto anni fa. Gli equilibri di potere sono cambiati, le sfide globali si sono aggravate. Anche l’Amministrazione Obama si stava ritirando dal mondo, quella di Trump ha accelerato. Ma l’alternativa alla leadership americana non è un mondo guidato dalla Cina, che incontrerebbe resistenza: è un mondo senza guida, in crescente disordine e scompiglio. Il rischio, alla fine della pandemia, è che le sfide siano le stesse, ma Stati Uniti ed Europa saranno impegnati a ricostruire la loro società e la loro economia, con meno risorse e attenzione ai problemi globali».

Dopo la Seconda guerra mondiale la minaccia comunista dell’Urss servì a spronare gli americani ad appoggiare il ruolo di leader del loro Paese nel mondo. Alcuni oggi invocano la minaccia cinese in modo simile, ma lei avverte che una politica estera definita in opposizione alla Cina non è la chiave per risolvere le sfide del futuro.
«Sì, perché l’ascesa della Cina è solo una delle sfide, e non è detto che sarà quella dominante. Ci sono i cambiamenti climatici, le pandemie, il terrorismo, la proliferazione nucleare. La situazione attuale ricorda piuttosto la fine della Prima guerra mondiale: problemi emergenti come la Germania e il Giappone, gli Usa che non volevano essere coinvolti, il mondo sopraffatto da difficoltà economiche. Sono preoccupato perché oggi non vedo ciò che accadde dopo la Seconda guerra mondiale: la costruzione di istituzioni, la leadership americana, la creatività di allora».