Coronavirus, i virus tra «fughe» e complotti nella storia

Pur smontati dalla comunità scientifica i rumors sull’incidente avvenuto in laboratorio si moltiplicano. La loro forza? Alcuni episodi reali del passato

No, il nuovo coronavirus non è stato «deliberatamente» creato in laboratorio per infettare l’umanità, per favorire le mire di potere di quella o quell’altra potenza mondiale, per far vendere vaccini e medicine alle Big Pharma o per ridurre la crescente popolazione del Pianeta, come vorrebbero le teorie complottiste più spinte». La rivista scientifica Nature Medicine, in un articolo pubblicato il 17 marzo scorso, ha tagliato la testa al toro: il nuovo Sars Cov-2 è il risultato di un’evoluzione naturale e ha grandissime similarità con i coronavirus che contagiano i pipistrelli (loro serbatoio naturale) e da questi è venuto.

Salti di specie e manipolazioni genetiche

Poi il virus è passato all’uomo, probabilmente a Wuhan (la città cinese di undici milioni di abitanti dove è stato segnalato il primo, importante, focolaio e che per prima è stata messa sotto «lockdown»), probabilmente grazie ad animali intermedi (forse il pangolino, una prelibatezza alimentare in Cina); complici i mercati cittadini, quei cosiddetti «wet market», dove vengono venduti animali vivi.
Ma, intanto, i rumor si moltiplicano e l’idea che un coronavirus, manipolato geneticamente, magari per studiare un vaccino contro il virus dell’Aids (secondo una tesi un po’ ardita dell’ottantottenne Premio Nobel Luc Montagnier che sta avendo grande seguito sui social, ma bocciata dalla comunità scientifica ) sia potuto «scappare accidentalmente» da un laboratorio sta agitando anche la politica, quella americana in primis, come Guido Olimpio ha scritto sulle pagine di questo giornale.

P4: massima sicurezza

Puntualizziamo allora due cose, con qualche riferimento storico. Per capire su che cosa si basano certe fake news. Che certamente, nella stragrande maggioranza di casi sono fantasiose, ma qualche volta attingono, manipolandole, a certe realtà di fatto. La prima. È vero, al mondo esistono laboratori di massima sicurezza (si chiamano P4) dove si studiano (e si manipolano, perché così funziona la ricerca) virus letali: attualmente sarebbero almeno una quarantina (una ventina di anni fa erano soltanto quattro). Uno di questi è, guarda caso, proprio a Wuhan. La rivista Nature, nel 2017, ne aveva parlato, sollevando dubbi sulla sua sicurezza dal momento che si trova molto vicino alla città. La storia non è nuova perché, alla fine degli anni Novanta, per lo stesso motivo, era stato messo sotto accusa un laboratorio analogo, sorto nel centro francese di Lione (di cui il Corriere della Sera, in un articolo del 1999, ha dato risalto). Ma questi laboratori sono indispensabili per studiare i nuovi microrganismi emergenti e mettere a punto farmaci e vaccini. Il Giappone, per esempio, in vista delle Olimpiadi, aveva attrezzato un centro per analizzare il virus Ebola nel timore che potesse diventare una minaccia per i Giochi. Come lo era stato il virus Zika per le Olimpiadi del Brasile nel 2016 (poi arginato; ma quello era diverso, era un virus trasmesso da zanzare e in quel caso aveva contato molto la bonifica ambientale).

Laboratori militari

La seconda: le potenze mondiali, intese storicamente come America e Russia, hanno sempre finanziato, nei loro centri militari, ricerche che avevano a che fare con la cosiddetta guerra «biologica» e il bioterrorismo e studiavano armi biologiche per offesa prima (poi proibite), per difesa poi.
Sono famosi i laboratori militari americani di Fort Detrick (Maryland) e quelli russi (uno dei più noti si trovava sull’isola di Vozrozdenie, nel lago Aral, poi abbandonato). Ma da questi laboratori, civili e militari, i virus, in qualche caso, sono fuggiti. Ecco l’esempio più famoso: nel 1979 c’è stato l’incidente di Sverdlovsk (un centro di ricerca militare, in Russia), durante il quale almeno 100 civili sono morti per la fuga accidentale di antrace, un batterio questa volta (non un virus). Ma c’è stato anche il caso del virus dell’influenza H1N1 del 1977-78, molto simile a quello che era circolato negli anni Cinquanta, su cui ancora si discute se sia «riemerso» da un laboratorio.

Fughe di germi

E poi occorre segnalare il contagio di alcuni ricercatori, in Germania, dal virus cosiddetto Marburg, nel 1967. Il virus, importato da alcune scimmie dall’Uganda, aveva provocato febbri emorragiche nei ricercatori (come quelle dell’Ebola, spesso mortali) e ha preso il nome della città. Questi virus al momento non sono granché presi in considerazione dalle autorità sanitarie, ma non dimentichiamoci che il virus Ebola sta facendo strage nella Repubblica Democratica del Congo (e che per ragioni politiche, il vaccino, che esiste, non viene somministrato). Ma andiamo avanti. Nel 2015 un altro episodio: si era creato un allarme a New Orleans per la fuoriuscita di un batterio (precisiamo, un batterio, diverso dai virus), chiamato Burkolderia pseudomallei da laboratori del Tulane National Primate Center di Covington, a circa 80 chilometri a Nord della città). All’epoca di era parlato di bioterrorismo, ma l’allarme era, poi, rientrato, anche perché questo germe non risultava pericoloso per gli uomini. Arriviamo ai giorni nostri: chi fa ricerca, con virus pericolosi, dovrebbe essere superprotetto, non solo nei super- laboratori. Ma non è così. C’è chi si contagia anche per caso.

Facili contagi

È la storia che la cronista scrivente ha raccolto a Seattle, nel 2017 con l’aiuto di Carlo Federico Perno, professore di Microbiologia all’Università di Milano, e di Andrea Gori, professore di Malattie infettive nella stessa Università, in occasione del più importante congresso annuale americano sui virus (in sigla Croi). La storia riguardava una ricercatrice italiana (all’epoca era tutto quasi top secret) che si era contagiata (in laboratorio) e lo aveva scoperto grazie a una donazione di sangue. Poi la vicenda è venuta allo scoperto, e la ricercatrice ha intentato una causa nei confronti dell’Università di Padova.