CORONAVIRUS & FASE 2/ “Attenzione, non abbiamo più la percezione del rischio”

Siamo ancora in piena pandemia da coronavirus, riaprire tutto oggi sarebbe un danno devastante. Serve gradualità: la Germania insegna

Prima che Giuseppe Conte andasse in televisione, domenica 26 aprile, per annunciare l’inizio della fase 2, il Comitato scientifico di esperti che collabora con il governo nell’individuare le misure sanitarie più adeguate per combattere il coronavirus gli aveva consegnato uno studio. E se le sue parole sono state giudicate dall’opinione pubblica troppo blande e deludenti – pochissime riaperture, conferma di tutte le misure restrittive -, oggi sappiamo che il report contiene dati allarmanti: più di 150mila nuovi ricoveri in terapia intensiva a giugno e quasi mezzo milione a fine anno (a fronte dei 9mila posti in terapia intensiva oggi disponibili) se si fosse proceduto con la riapertura totale, scuole incluse.

Secondo il professor Vincenzo Baldo, ordinario di igiene e medicina preventiva nel dipartimento di scienze cardiologiche toraciche e vascolari, unità di igiene e sanità pubblica dell’Università degli Studi di Padova e membro della task force veneta che studia l’emergenza coronavirus, “non siamo per nulla fuori dall’emergenza, i soggetti venuti a contatto con il virus sono pochi, il 10% della popolazione. Una riapertura totale oggi scatenerebbe una ripresa disastrosa del virus”.

Professore, i numeri forniti dal Comitato tecnico scientifico fanno paura. È il futuro che ci aspetta?

Se riapriamo tutto, sì. Non siamo fuori dall’emergenza, i soggetti venuti in contatto con il virus sono pochi, se riapriamo adesso torniamo alla fase iniziale. Il concetto di base da tenere a mente è che solo il 10% della popolazione è venuta in contatto con il virus, quindi abbiamo un’alta percentuale di casi suscettibili. Se riapriamo, torniamo indietro e perdiamo due mesi.

È il caso della Germania, dove dopo la riapertura si è subito accertato un aumento del contagio?

Esatto. Fino a quando non ci leviamo di torno questo virus bisogna continuare a stare accorti. È vero che la fase 2 annunciata dal premier è molto blanda, ma è un passaggio dovuto che bisogna fare: occorre portare pazienza.

Nonostante i ricoveri in terapia intensiva e i contagi siano in calo un po’ ovunque? Anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, vorrebbe una riapertura molto più ampia.

Bisogna conoscere i trend epidemiologici a livello locale, regione per regione. La riapertura delle scuole, ad esempio, per noi studiosi è ancora molto di là da venire. La gente deve capire che siamo ancora sul plateau, un po’ ovunque. Una data di apertura precisa non è possibile specificarla in questo momento.

Quindi si resta in attesa?

La situazione è ancora da tenere sotto controllo. Non possiamo essere tranquilli. Bisogna continuare con il distanziamento fisico e rispettando tutte le ordinanze che ci sono state date. In questo momento bisogna far capire ancora di più agli italiani che è necessario procedere in questo modo.

La gente però è stanca e comincia a perdere la fiducia.

Quando si è sotto stress psicologico a causa delle misure di isolamento si perde la percezione del rischio. Bisogna ricordarsi che viviamo in una pandemia molto contagiosa, con un virus che ha fatto morire molti nostri anziani, molti nostri papà. Bisogna continuare ad avere pazienza. Anch’io vivo questo disagio psicologico, sono due mesi che la mia vita è concentrata sul lavoro in ufficio e l’isolamento a casa. La speranza è che la ricerca ci porti presto qualcosa per convivere meglio con il virus.

Come esperto, può darci una parola di speranza? Quanto a lungo dovremo convivere con questo virus?

Diciamo che il virus ha corso parecchio e facendo un parallelo con l’atletica è partito in vantaggio. Noi abbiamo dovuto rincorrerlo, ora speriamo di prenderlo il prima possibile.