Coronavirus, ecco come Corea del Sud, Taiwan e Singapore hanno contenuto l’epidemia

La lezione asiatica spiegata, con dovizia di particolari, in un pezzo notevole di Tomas Pueyo

Tomas Pueyo, 33 anni, psicologo e imprenditore francese di origini spagnole vissuto in Italia e trasferitosi in California dopo la specializzazione in business administration all’Università di Stanford (ne avevamo già parlato qui), ha scritto su Medium una straordinaria analisi delle misure di contenimento dell’epidemia di coronavirus. Pueyo è andato a vedere i Paesi che sono riusciti a tenere più basso il numero di contagi, e quindi di morti, fermando il meno possibile le attività produttive e i movimenti dei loro cittadini. Dopo una prima analisi della Cina, che tralasceremo perché non è un Paese democratico e quindi non può funzionare da modello per l’Italia, prende in considerazione Taiwan (che ha fatto tutto bene) e Singapore (che ha fatto bene ma non abbastanza e quindi ha avuto un picco di infezioni, anche se non paragonabile a quello registrato in Europa), e la Corea del Sud. Sia Taiwan che Singapore i Paesi hanno agito tempestivamente perché hanno imparato dall’epidemia di Sars nel 2003, e sapevano quali sono le sfide straordinarie poste da un’epidemia..

Taiwan ha evitato che i suoi cittadini si ammalassero grazie a: divieti di viaggio precoci e severi; l’obbligo di mascherine per tutti; la centralizzazione della produzione di mascherine (ne producono 10 milioni al giorno, per una popolazione di 23 milioni di persone); la calmierizzazione dei prezzi delle mascherine con pene severe (fino a 7 anni) su chi specula sulla loro vendita; multe fino a 100 mila dollari per chi diffonde fake news sull’epidemia; il «rilevamento proattivo dei casi: hanno testato tutte le persone che avevano precedentemente avuto sintomi influenzali ma si sono rivelate negative per l’influenza, trovando alcuni pazienti con coronavirus»; il collegamento dei «database di viaggio e sanitari, in modo che gli operatori sanitari potessero sapere chi era a maggior rischio di infezione»; la classificazione dei viaggiatori «in base al loro rischio, da libero di entrare nel paese fino ad auto-monitoraggio in quarantena obbligatoria»; il supporto con cibo e aiuto psicologico alle persone in quarantena. Ci sono poi altri due elementi, fondamentali: hanno usato i telefoni per monitorare che le persone fossero in quarantena (se qualcuno non aveva un telefono, il governo ne forniva uno), bastava che una persona spegnesse il telefono per più di 15 minuti che il governo riceveva una notifica. Se durante il giorno il cellulare non veniva usato qualcuno lo chiamava per verificare che il proprietario non fosse uscito lasciandolo a casa. E chi non seguiva le misure di quarantena veniva multato e sottoposto a misure di sorveglianza più dure. Risultato, l’epidemia non è mai esplosa.

Singapore ha adottato misure simili ma con piccole differenze che hanno avuto conseguenze enormi. Ha infatti chiuso più tardi le frontiere con l’Europa: «Questo ritardo nell’adottare misure ha causato un pesante incremento di nuovi casi. Alla fine di marzo, l’80% dei casi a Singapore proveniva dall’estero. Nel giro di una settimana, il numero di casi importati è sceso a zero, ma era troppo tardi. Questi casi sono stati sufficienti a far partire la trasmissione locale del virus, esplosa poi nelle settimane successive» spiega Pueyo. Singapore inoltre ha raccomandato l’uso delle mascherine solo ai malati, invece che a tutti (come fa Taiwan). E infine ha impiegato un tracciamento dei contatti manuale, in cui gli operatori «hanno dovuto fare affidamento su interviste o telecamere a circuito chiuso per fare le loro ricerche. Nessun dato sul cellulare, nessun dato sulla carta di credito, nessuna connessione tra i dati sanitari e di viaggi» (sempre più dell’Italia, dove non c’è stato alcun tracciamento). È troppo lento rispetto al virus, che così si diffonde prima che le persone possano essere isolate. Per questo quattro settimane fa Singapore ha lanciato una app, ma l’ha scaricata solo il 20% degli utenti: non basta perché riesca a tracciare tutti i contatti. Risultato: i contagi sono ripresi massicciamente e l’epidemia ha ricominciato a correre. Le autorità hanno dovuto imporre nuovi lockdown.