Coronavirus e il decreto, il via libera (con riserva) di Salvini

Oggi il premier incontra i leader dell’opposizione. L’idea del governo di sfondare fino a 10 miliardi viene considerata un «acconto» dal capo del Carroccio

Il dramma è che nessuno può prevedere quanto sarà lungo il tunnel e cosa ci sarà alla fine. Perciò l’incontro di oggi tra il premier e i leader dell’opposizione sarà un atto dovuto verso il Paese in piena emergenza. Il resto, cioè «il referendum, le Regionali, i tentativi di ribaltone, le elezioni, il Conte-ter è roba evaporata», come dice Casini, secondo cui «il coronavirus segna uno spartiacque»: «Il suo impatto sarà peggiore dell’undici settembre e quando ce lo saremo lasciati alle spalle, ci accorgeremo che sarà cambiato tutto, anche nel Palazzo».

Sono considerazioni che accomunano i vertici del centrodestra, se è vero che il forzista Tajani riconosce come «alla politica in questo frangente non pensa nessuno», se è vero che la Meloni garantisce «collaborazione e responsabilità», e se è vero che Salvini — dopo le telefonate con Conte e Zingaretti — ha anticipato ai suoi di non voler andare a Palazzo Chigi «per fare il rompiscatole». L’unità nazionale è l’inevitabile conseguenza della crisi sanitaria, che si è portata appresso la crisi economica e gravi tensioni di ordine pubblico, soprattutto nelle carceri.

L’«acconto»

Per molto meno sono caduti governi, in altri casi. Ma non è questo il caso. «Ora il tema non è chi avrebbe potuto fare meglio», sostiene l’ex ministro leghista Centinaio: «Intanto vanno salvate le persone». Così, in vista dell’appuntamento di oggi, era evidente ieri sera il denominatore comune tra le misure decise dal governo e alcune richieste dell’opposizione: da una parte l’estensione della «zona rossa» a tutta Italia, invocata da Salvini «per mettere in sicurezza il Paese»; dall’altra uno sforamento maggiore del deficit, che il ministro dell’Economia Gualtieri ha fatto sapere di voler portare a una decina di miliardi e che il leader del Carroccio considera «un acconto». È ovvio che il clima di unità nazionale è cosa diversa da un governo di unità nazionale. Infatti Salvini pubblicamente marca la distanza, sostenendo che le decisioni di Palazzo Chigi sono «un primo passo apprezzabile ma non risolutivo». E la Meloni, che teme provvedimenti non risolutivi e ne vorrebbe altri più radicali, proporrà oggi a Conte una soluzione sotto forma di domanda: «Non sarebbe meglio chiudere tutto il Paese per due settimane?».

Transatlantico deserto

Anche le schermaglie sul commissario all’emergenza sono parse al dunque una coda delle vecchie polemiche politiche: tra chi (il centro-destra e Renzi) reclama il ritorno di Bertolaso alla Protezione civile con l’intento di commissariare Conte; e chi (il premier) vede in prospettiva nel clima di unità nazionale un’insidia per il suo ruolo. Sono retaggi di un passato che scompare davanti al dilagare del contagio. Un tempo la nota del pd Orlando sulla rivolta nelle carceri, quelle parole con cui ha attaccato Salvini per criticare indirettamente anche il Guardasigilli Bonafede, avrebbero incendiato il Parlamento. Ma il Parlamento è di fatto chiuso: sopravvissuto a chi voleva farne «luogo di bivacco», capace di resistere agli oltraggi di cappi giustizialisti esposti in Aula ai tempi di Tangentopoli, mutilato dalla riforma che ne ha ridotto i seggi, d’ora in avanti si riunirà solo per varare le misure sul Coronavirus, fino al termine dell’emergenza. L’intesa raggiunta dai presidenti delle Camere anche con i gruppi di opposizione, prevede che per il voto con cui si autorizzerà lo scostamento di bilancio saranno presenti solo 350 deputati a Montecitorio e 161 senatori a Palazzo Madama non provenienti dalle zone del Nord maggiormente colpite dal Covid-19. Ieri il Transatlantico era deserto, la famosa buvette e la barberia avevano le luci spente. Nessun boatos e niente trame di Palazzo: c’è il virus e c’è l’unità nazionale. Perché il Paese deve attraversare un tunnel di cui non si vede la fine.