Coronavirus, da Apollo alla peste nera: ciò che la storia (e l’epica) delle epidemie non ci hanno insegnato

Omero, Camus, fino ai flagelli moderni Aids e Ebola: il passato indica che dobbiamo imparare ad agire in fretta sulla base di informazioni e modelli imperfetti

«Quando uno storico racconterà la storia di questa epidemia, cosa pensi che scriverà?» mi ha chiesto mia moglie. Ho riflettuto su cosa la storia racconta sulle epidemie del passato. Ogni epidemia ha la sua storia e ha la sua epica. Queste storie diventano memoria collettiva per i significati che ne derivano, o almeno per i ricordi che ne conserviamo nel tempo. Le epidemie del passato «contaminano» le arti e la letteratura e cambiano il corso della storia. Chiamiamole «Storie di Epidemie». Il primo a utilizzare la parola epidemia, dal greco epi (su) e demo (popolo), ovvero «sul popolo», fu Omero. Nell’Iliade, Agamennone, re degli Achei in guerra contro Troia, rapisce la figlia del sacerdote Chrise.

Come la Diamond Princess

Quest’ultimo si reca dai nemici con le insegne del dio Apollo, ed implora la restituzione della figlia Criseide. Agamennone, risoluto, rifiuta. In risposta alle preghiere di Chrise, il dio Apollo, infuriato per il sacrilegio, punisce gli Achei con una epidemia. Molti Achei moriranno nelle navi ormeggiate sulle rive vicino a Troia. Quelle navi e quei morti mi ricordano laDiamond Princess, ormeggiata nel porto di Yokohama, e posta in quarantena con i suoi 3.700 passeggeri a bordo. Era il 4 Febbraio 2020 ed il Sars-CoV-2 viaggiava dalla Cina sulle navi da crociera. Tucidide ne «La storia della guerra del Peloponneso» ha dedicato un’ampia sezione all’epidemia che ha devastato Atene nel 430 a.C., indebolendo fatalmente la prima democrazia e togliendo la vita al suo grande leader Pericle. Il «Decamerone» di Giovanni Boccaccio venne scritto pochi anni dopo che la Peste Nera in Europa, tra il 1347 e il 1353, uccise almeno un terzo della sua popolazione (25-30 milioni di morti su 75-80 milioni di persone). Quella epidemia veniva da lontano. L’esercito mongolo, assediando un avamposto genovese sul Mar Nero, fu contrastato da una forte difesa e da forti mura. Quell’esercito aveva portato la peste bubbonica dalle steppe asiatiche e stava morendo fuori dalle mura. I comandanti mongoli ebbero l’idea di catapultare i cadaveri delle vittime della peste nella fortezza. In pochissimo tempo, i difensori iniziarono a morire per la «morte nera». Uomini d’affari genovesi impacchettarono le loro merci, salirono sulle loro navi e fuggirono, portando con sé il bacillo della peste a Costantinopoli e in Italia, e infine in tutto il bacino del Mediterraneo e in tutta Europa.

Il «Journal of the Plague Year» di Daniel Defoe

Allora come oggi le epidemie amano la globalizzazione, amano i viaggi a lunga distanza. Il «Journal of the Plague Year» di Daniel Defoe prende vita diversi decenni dopo l’ultima peste bubbonica che afflisse l’Inghilterra nel 1665-66. Esso è una straordinaria rappresentazione di come fosse vivere un simile evento. I londinesi irresponsabili evitarono l’isolamento sociale, acquistarono false cure contro la peste dai truffatori che si arricchirono nel panico generale. Allora, come ora, i medici in prima linea «hanno fatto il loro lavoro con brutale coraggio», per citare Defoe. Una Storia di Epidemia racconta di John Snow, l’ostetrico britannico che studiò un focolaio di colera nella Londra del 1854. Aveva notato che il focolaio nel quartiere di Soho si era concentrato nelle abitazioni intorno a una pompa pubblica (Broad Street Pump) per l’erogazione dell’acqua.

«La peste» di Albert Camus

La metafora della «Broad Street Pump» è molto amata dai medici: quando conosci la causa di una malattia (sigarette per il cancro ai polmoni), rimuovi i rubinetti delle pompe dell’acqua (come Snow convinse le autorità riluttanti a farlo) e puoi porre fine all’epidemia. È una grande metafora che ha funzionato per il colera, ma non per Covid-19. Cosa dire de «La peste» di Albert Camus, il grande romanzo che racconta dell’epidemia che uccise migliaia di abitanti e paralizzò la vita civica della città algerina di Orano. Uno dei principali eroi del libro, il dottor Rieux, cerca di convincere le autorità che questa malattia deve essere presa sul serio, che non è un affare come al solito, ma senza risultati. Uno dei temi ricorrenti delle «Storie di Epidemie» è che non impariamo mai, non affrontiamo mai efficacemente la malattia epidemica fino a quando non ci travolge. L’epidemia di Aids, naturalmente, ha sviluppato una sua vasta letteratura, con opere teatrali come «Angels in America» di Tony Kushner e il film «Philadelphia» che valse il premio Oscar a Tom Hanks. L’Aids è stata un’epidemia al rallentatore e la vediamo in un modo diverso rispetto a un focolaio acuto come il Covid-19. Nel 2012 David Quammen raccontava in «Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic» di come una zoonosi originata in un wet market cinese potesse dare origine ad una pandemia.

La Sars (Severe acute respiratory syndrome)

La prima pandemia che ho vissuto risale al 2003: era la Sars (Severe acute respiratory syndrome). La causa era un nuovo coronavirus (Sars-CoV). Il primo focolaio si era sviluppato tra il novembre 2002 ed il gennaio 2003 a Guangzhou, in Cina. Nel settembre 2012 l’Oms riportava i primi casi di polmonite causati dalla nuova sindrome respiratoria associata a un coronavirus (Mers-CoV). Il Sars-CoV2 (responsabile dell’attuale pandemia Covid-19) presenta molte analogie con i suoi «cugini», tutti di origine animale. Siamo stati ingannati da Sars, Mers ed Ebola nel pensare che queste malattie infettive appartenessero essenzialmente ad altri luoghi, come se, in qualche modo, fossimo protetti dalla distanza e dal nostro modo di vivere. Ci sono molti virus animali che attendono pazientemente il loro turno per «contaminare» la specie umana. Ciò che mi colpisce come oncologo, medico abituato a trattare malattie che si sviluppano negli anni o nei decenni, è l’importanza della tempestività con cui si deve reagire ad una epidemia. Se troppo presto le conseguenze economiche sono devastanti. Se troppo tardi ti ritrovi con gli scenari della Lombardia o di New York City nel 2020.

Contro il Covid-19 ci aiuta la scienza del XX secolo

Dobbiamo imparare ad agire con tempestività, sulla base di informazioni incomplete e modelli imperfetti. Navigando su PubMed (il motore di ricerca della scienza) e digitando la parola Covid-19, scopro che negli ultimi tre mesi la ricerca biomedica ha prodotto 13.400 lavori scientifici. Penso che sia straordinario come medici e ricercatori di tutto il mondo abbiamo reagito all’emergenza dando prova di grande capacità di collaborazione, senza barriere geografiche e senza limiti nella condivisione dei dati. Abbiamo imparato che la scienza del ventunesimo secolo ha svolto un ruolo marginale nel controllo dell’attuale pandemia. È innegabile che l’abbiamo contenuta con le norme del XIX secolo: lavaggio delle mani, confinamento sociale e quarantena. Su questo dovremmo riflettere. Ora è il momento di tornare a prendersi cura dei miei malati di cancro, e dei malati di malattie cardiovascolari, neurologiche, degenerative e dell’invecchiamento. Tornando alla domanda di mia moglie… quando scriveranno la storia di questa epidemia, le storie saranno sempre le stesse vecchie storie e ci insegnano che la storia non insegna nulla.