Coronavirus, così il Portogallo ha contenuto i contagi: tra sanatorie per i migranti e isolamento degli anziani

Il merito va quasi per intero al primo ministro Antonio Costa che in solitudine ha deciso la chiusura contro il parere espresso di molti suoi ministri

Fino a pochi anni fa, il Portogallo non aveva i soldi per fare il pieno di benzina alle sue ambulanze. A inizio pandemia, nonostante una buona ripresa, continuava a non avere i letti di terapia intensiva della Germania o il Pil pro capite della Francia o la leggendaria efficienza scandinava. Eppure, oggi, il piccolo, povero Portogallo è tra i primi della classe in Europa alla prova del Coronavirus. Il risultato è ottimo dal punto di vista sanitario e con lode dal punto di vista politico. I punti deboli esistono, ma la stella portoghese brilla soprattutto nel confronto con i partner europei.

È da cineteca della politica europea il discorso tenuto dal capo dell’opposizione di centro-destra al dibattito sullo stato di emergenza. «La minaccia che dobbiamo combattere esige unità, solidarietà, senso di responsabilità – ha dichiarato Rui Rio -. Per me, in questo momento, il governo non è l’espressione di un partito avversario, ma la guida dell’intera nazione che tutti abbiamo il dovere di aiutare. Non parliamo più di opposizione, ma di collaborazione. Signor primo ministro Antonio Costa conti sul nostro aiuto. Le auguriamo coraggio, nervi d’acciaio e buona fortuna perché la sua fortuna è la nostra fortuna». Chi non invidia una classe politica così? Nelle assemblee nazionali, regionali e comunali di tutta Europa i delegati hanno invocato la forza delle greggi o si sono accapigliati nonostante i guanti e le mascherine. A Lisbona, invece… Complimenti

Germania

Secondo successo (soprattutto di pubblico) è la regolarizzazione dei migranti clandestini. Tra tutti i Paesi europei il Portogallo è stato l’unico a varare una «sanatoria Covid-19» per gli stranieri. Una scelta umanitaria che permette ai clandestini di accedere al sistema sanitario e alle cure, ma anche un provvedimento determinante per bloccare il virus tra le fasce deboli e scoprire eventuali focolai. Sull’effettiva efficacia della ordinanza ministeriale nel contenere l’epidemia non ci sono ancora studi specifici, ma da molti Paesi si è invocato il «modello portoghese» per affrontare l’emergenza degli invisibili nella più generale emergenza sanitaria.

La scelta è stata di certo coraggiosa, innovativa e controcorrente in un panorama dominato dalle paure e dalle chiusure, ma è stata soprattutto pragmatica. Si tratta infatti di una misura provvisoria, limitata a quegli stranieri che avevano presentato domanda di permesso di soggiorno prima della pandemia. Non quindi tutti i clandestini invisibili. I diritti concessi agli stranieri irregolari scadranno appena terminata la crisi sanitaria.

Il terzo, decisivo, successo portoghese è nella lotta al virus. Un traguardo approdato prima sulle testate straniere che su quelle lusitane. Per Der Spiegel il caso Portogallo è «un miracolo», per Politico.eu «un’eccezione». I numeri sono incontestabili. Il tasso di mortalità lusitano si aggira attorno al 3,5% contro 13% di Italia o Francia. L’efficacia della risposta di Lisbona appare paragonabile più a quella dei ricchi austriaci (con una letalità al 3,3%) o dei fortunati abitanti del Lussemburgo (2,2%) che al vicino iberico. Spagna e Portogallo hanno un lunghissimo confine in comune, condizioni di clima e geografia umana paragonabili, ma dalla parte spagnola del confine la letalità del virus è all’11%, in Portogallo quasi quattro volte meno.

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I politici portoghesi intervistati dall’estero stanno cominciando a credere davvero al loro tocco magico. Il ministro della Sanità António Sales ha detto al Guardian di aver «adattato la risposta alle migliori indicazioni scientifiche e all’esperienza dei Paesi vicini, modulando di volta in volta i provvedimenti a seconda delle necessità». Vero è che il lockdown è stato proclamato quando c’erano solo 448 infetti contro gli oltre 6mila di quando la Spagna ha fatto altrettanto, ma è altrettanto vero che le autorità sanitarie portoghesi hanno insistito sino all’ultimo momento sulla favola della «influenza come tante» anche quando in Italia i morti erano già centinaia. Il merito va quasi per intero al primo ministro Antonio Costa che in solitudine ha deciso la chiusura contro il parere espresso di molti suoi ministri. Bravissimo lui e il suo «oppositore» Rui Rio. Merito del governo Costa anche l’uscita della Sanità portoghese dall’abisso in cui era caduta dopo la crisi finanziaria e l’intervento della Troika. Dal 2015 la spesa sanitaria è aumentata del 18%, assunto 3.700 medici e 6.600 infermieri.

Basta la chiusura tempestiva del Paese a spiegare la relativa tenuta del sistema? Secondo alcune analisi è stata una condizione indispensabile, ma non l’unica. Possono aver aiutato anche il sistema centralizzato della sanità portoghese capace di mettere in campo un numero relativamente ampio di tamponi, l’isolamento dal resto del continente e, paradossalmente, le sue condizioni di arretratezza. Il cattivo sistema di trasporti pubblici (che induce a spostarsi «isolati» sulla propria auto), la scarsa connessione di vaste aree interne (rimaste quindi praticamente immuni), l’alta percentuale di anziani soli, abituati all’auto-confinamento, la bassa frequenza scolastica sono in genere elementi di sottosviluppo che nel caso della pandemia sono diventati vantaggi.

Il Portogallo è pronto a seguire le avanguardie più fortunate del continente sulla strada della riapertura. Ci sono ipotesi a prima vista bizzarre come riaprire per primi gli asili o i parrucchieri, ma il punto è economico. In questo trimestre si ipotizza un -20% di Pil e su base annua si spera di limitare il calo all’8 per cento. Dipenderà molto dal turismo. Riprenderanno i voli aerei? E la voglia di viaggiare? Il Portogallo non è padrone del suo destino, ma comunque maggioranza e opposizione ci stanno lavorando assieme.