Coronavirus, cos’è il «fattore K». La strategia delle «tre T» per combatterlo

Lo dice la scienza: con il SARS-CoV-2 una piccola percentuale di persone è responsabile di una grande quantità di infezioni. Molti non contagiano affatto: controllare le persone e i luoghi a rischio servirebbe a spegnere i focolai

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La strategia delle «tre T» applicata con efficacia basterebbe a spegnere sul nascere i piccoli gruppi di infezione che rischiano di far nascere pericolosi focolai. È la strategia caldeggiata anche dall’Organizzazione Mondiali della Sanità (Oms) e si declina in questo modo: Testare più persone possibile con i tamponi (ma anche test sierologici), Tracciare con app o indagini i contatti dei casi positivi per testarli e isolarli dalla comunità e, infine, Trattare i malati con l’assistenza ospedaliera o domiciliare coordinata.

Un virus che si muove per grappoli

L’approccio delle «tre T» potrebbe essere particolarmente efficace con questo virus per le caratteristiche epidemiologiche del SARS-CoV-2 che mostra come una piccola percentuale di persone è responsabile di una grande quantità di infezioni, ma molti non contagiano affatto. Un corista che ne infetta altri 53, un focolaio in un dormitorio per lavoratori migranti a Singapore collegato a quasi 800 casi, 65 ammalati dopo le lezioni di Zumba in Corea del Sud e così via per navi, case di cura, impianti di confezionamento della carne, stazioni sciistiche, chiese, ristoranti, ospedali e carceri. Il virus SARS-CoV-2, come i suoi due cugini SARS e MERS, sembra particolarmente incline ad attaccare gruppi di persone strettamente connessi.

Alcune persone ne infettano molte e altre nessuna

Parla di questa caratteristica un articolo appena pubblicato su Science dal corrispondente tedesco Kai Kupferschmidt. La scoperta di questa preferenza – si spiega nel pezzo online – è incoraggiante, perché suggerisce agli esperti i luoghi che potrebbero essere monitorati più strettamente e quelli in cui le restrizioni potrebbero essere allentate (ad esempio quelli all’aperto). Il tutto sta nell’arrivare per tempo, prevedendo prima il fattore di rischio legato ad alcune situazioni. Questo parametro – scrive Kai Kupferschmidt – spiegherebbe alcuni aspetti della pandemia in corso, incluso il motivo per cui il virus non si è sparso subito in tutto il mondo dopo la Cina e come mai alcuni casi molto precoci fuori dall’Hubei (come uno in Francia alla fine di dicembre) non hanno scatenato subito focolai più ampi. “Semplicemente” nella vita reale alcune persone ne infettano molte e altre non infettano nessuno.

In questo caso possiamo parlare di un’oscillazione nel famoso valore di Ro (il tasso di contagiosità del virus): si dice che senza distanziamento sociale questo numero di riproduzione per il Covid-19 sia uguale a poco più di 2. Più comunemente Ro sarà uguale a 0 perché molti soggetti non trasmettono affatto il virus. Ecco perché – si legge su Science – oltre a Ro, gli scienziati usano un valore chiamato “fattore di dispersione” (k), che descrive quanto una malattia si aggrega in gruppi-grappoli-accumuli, detti in inglese “cluster”. Più basso è il k, più la trasmissione viene da un piccolo numero di persone. Nella SARS, in cui i super diffusori hanno svolto un importante ruolo, k era a 0,16. Il k stimato per MERS era di circa 0,25. Nella pandemia di influenza del 1918, al contrario, il valore era circa uno, perché i cluster avevano un ruolo minore.

Il 10% dei casi porta all’80% della diffusione

Le stime di k per SARS-CoV-2 variano, ma sembrerebbero dare a k un valore leggermente più alto che per SARS e MERS. Probabilmente circa il 10% dei casi porta all’80% della diffusione, con k uguale a 0,1. Ci sono molti cluster concentrati, in cui una piccola percentuale di persone è responsabile di una grande percentuale di infezioni. Se k fosse davvero 0,1 vuol dire che la maggior parte delle catene di infezione si estinguono da sole e il virus SARS-CoV-2 deve essere introdotto in un nuovo Paese almeno quattro volte per avere una probabilità uniforme di affermarsi. Quindi come prevedere la formazione di cluster che possono dare origine ai pericolosi focolai?

Quali sono gli ambiti più rischiosi?

La maggior parte dei cluster di trasmissione di grandi dimensioni che si conoscono sembrano implicare la trasmissione di goccioline espirate anche di piccola dimensione (dette “aerosol”). Alcune persone espirano molte più particelle di altre quando parlano. Alcune rilasciano molto più virus e per un periodo di tempo più lungo. Avere molti contatti sociali o non lavarsi le mani rende la trasmissione più facile. Chiaramente c’è un rischio molto più elevato negli spazi chiusi rispetto all’esterno. I ricercatori cinesi che studiavano la diffusione del coronavirus fuori dalla provincia di Hubei hanno identificato 318 cluster di tre o più casi tra il 4 gennaio e l’11 febbraio, solo uno di questi si era sviluppato all’aperto. Uno studio in Giappone ha scoperto che il rischio di infezione in ambienti chiusi è quasi 19 volte superiore a quello all’aperto. Alcune situazioni possono essere particolarmente rischiose: gli impianti di confezionamento della carne, dove molte persone lavorano a stretto contatto in spazi in cui la bassa temperatura aiuta il virus a sopravvivere. E può anche essere rilevante che tendano a essere luoghi rumorosi. Molti cluster sono legati a cerimonie religiose o pratiche per cui le persone gridano o cantano. Anche il tempismo gioca un ruolo. Prove emergenti suggeriscono che i pazienti COVID-19 sono molto contagiosi per un breve periodo di tempo.

Le tre T

Se gli operatori sanitari pubblici sapessero dove è probabile che si verifichino i cluster, potrebbero cercare di prevenirli. Ma lo studio dei cluster non è facile – scrive Kupferschmidt – molti Paesi non hanno fatto il tracciamento dei contagi con i dettagli necessari. La ricerca può essere anche falsata: alcuni focolai, come quelli in prigione, hanno grande risonanza mediatica mentre altri (come quelli famigliari) rimangono nascosti. Ed è più probabile che le persone si ricordino di aver partecipato a un concerto piuttosto che pensino di essere stati contagiati dal barbiere, un fenomeno chiamato “distorsione da richiamo”, che può far sembrare i cluster più grandi di quello che sono. La privacy è un’altra fonte di preoccupazione. Indagare sui legami tra i pazienti può esporre informazioni sulla vita privata, come è successo nel caso dei club coinvolti nel nuovo cluster sudcoreano: erano locali gay e questo ha reso più difficile la ricerca dei contatti. È un compromesso difficile – scrive Kai Kupferschmidt –, ma che può essere gestito attraverso una buona supervisione e un impegno con le comunità. Comprendere questi processi migliorerà il controllo delle infezioni.