Coronavirus Bergamo: medici di famiglia in trincea. “Malato uno su cinque. E’ un disastro”

Il primo ad aver perso la vita è stato ieri Mario Giovita, 65 anni Sono finiti i letti disponibili in rianimazione al Papa Giovanni XXIII.

Quando sei in guerra sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio. Ma quando le agenzie funebri ricevono dieci richieste di intervento all’ora, quando i numeri dei morti sfiorano quelli di una battaglia del primo conflitto mondiale, quando gli alpini montano un ospedale da campo negli spazi della Fiera e intanto iniziano a morire anche i medici di base, ecco, allora capisci che restano le macerie: e l’unica cosa che puoi fare è non smettere di coltivare la speranza.
Bergamo, quarta settimana dal primo paziente ricoverato per coronavirus. Quarto tempo di una strage silenziosa a cui adesso non solo l’Italia, ma il mondo, guarda con gli occhi riservati alla prima miccia scelta dal Covid-19: Wuhan. «È uno scenario da apocalisse», dice Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei medici bergamaschi.
Il nuovo fronte è la situazione dei medici di famiglia. Vale a dire il punto di riferimento sul territorio dei quasi 4mila contagiati della provincia più colpita del Paese (ieri sera il bollettino segnava 3.993, +233 rispetto a lunedì).

«Abbiamo 118 medici ammalati o in quarantena su un totale di circa 600 — spiega Marinoni — . E oggi (ieri, ndr) piangiamo il primo medico di base che se n’è andato per questo maledetto virus». Si chiamava Mario Giovita, aveva 65 anni. Era stato ricoverato nei giorni scorsi: non ha resistito alla polmonite interstiziale acuta provocata dal Covid-19. «Dei medici di famiglia ammalati, 23 non sono stati sostituiti — continua il presidente dell’Ordine dei camici bianchi — . Contiamo sul sostegno dei medici militari inviati a Bergamo dal ministero della Difesa».

Siamo dunque, ormai, all’impiego dell’esercito. Inizialmente, prima che la battaglia contro il nemico invisibile deflagrasse, sembrava che gli uomini in divisa — qui intesi come forze militari sul campo — dovessero essere impiegati per isolare la mancata zona rossa: quel pezzo di valle Seriana dove il virus ha attecchito per primo e da dove ogni giorno continuano ad arrivare negli ospedali decine di pazienti critici. Invece — inspiegabilmente, viene da dire, visto quello che è poi successo — l’isolamento non è più stato fatto. Le conseguenze sono state devastanti.

Incubato nel quadrilatero seriano — Alzano, Nembro, Albino, Cene — il Covid-19 si è diffuso in tutta la bergamasca. E continua a mietere vittime. Quante, esattamente? Il bollettino di morte viaggia a una media di 50-55 decessi al giorno. Molti anziani, ma non solo. Vuol dire che negli ultimi nove giorni — da quando la bomba virale è esplosa — se ne sono andati 435 cittadini bergamaschi.

Ma sui numeri della guerra c’è da registrare un caso: l’affondo dei sindaci del territorio. Ai quali la contabilità di contagiati e vittime fornita ogni giorno da Regione Lombardia, non convince. «I casi ufficiali sono solo la punta dell’iceberg», sostengono. «Purtroppo i morti sono molti di più di quelli dei report — sostengono gli amministratori locali — . La spiegazione starebbe nell’andamento dei decessi registrato dagli uffici anagrafe di molti Comuni: “anomalo”, rispetto al bilancio demografico di un anno fa. Al netto dell’impossibilità di avere ancora stime precise sugli effetti del flagello Covid-19, l’anomalia consisterebbe nel fatto che, non facendo il tampone a molti malati che stanno a casa, per di più in età avanzata, quando smettono di vivere sfuggono al monitoraggio. E la stessa cosa vale — dicono i sindaci, che chiedono chiarezza — per i contagiati. Chi è tra le mura domestiche, e ha sintomi riconducibili al coronavirus, non viene tracciato. Al momento. Dunque non compare nei bollettini. «I dati dei positivi sono stimati di almeno 5 volte perché solo chi è più grave viene sottoposto a tampone», dice Paola Pedrini (Federazione italiana medici di medicina generale).

Fronte ospedali ed emergenza. Ieri — ma è così da giorni — , la terapia intensiva dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII era al completo: ma l’oculata gestione degli 80 posti letto disponibili — precisano fonti dell’Aziende sanitarie territoriali — finora ha permesso di «andare in pari», tenendo stabile la linea tra dimessi e ricoverati. Il problema sono i tempi di ricovero. Se per una normale polmonite si sta in terapia intensiva 6-8 giorni, per una polmonite da Covid-19 i giorni diventano 18-20. Più del doppio. Per far fronte all’ondata di malati che arrivano nei presidi ospedalieri, la Protezione Civile ha annunciato che da oggi negli spazi della Fiera di Bergamo sarà allestito un ospedale da campo dell’Associazione nazionale alpini.