Coronavirus, anticorpi monoclonali: almeno 10 in corsa, nessun ok in Europa

Quali sono le potenzialità di questi farmaci? Perché negli Stati Uniti l’agenzia americana li ha già promossi? Sono un’alternativa al vaccino? Domande e risposte

Coronavirus

Cosa sono gli anticorpi monoclonali?
Risponde Giuseppe Novelli, genetista policlinico Tor Vergata di Roma:«Sono molecole biologiche create in laboratorio, simili a quelle prodotte quando siamo infettati o vaccinati e quindi in grado di riconoscere il virus, neutralizzarlo o bloccarne l’ingresso nelle nostre cellule e la diffusione. Possono avere una funzione terapeutica, come farmaco, se utilizzate all’inizio dell’infezione in modo tale da limitarle la gravità. Oppure una funzione protettiva temporanea, della durata di qualche mese. Forse da 2 a 6».

Che differenza c’è col vaccino?
Novelli: «Lo scopo preventivo è identico ma col vaccino la protezione dura di più perché stimola la cosiddetta memoria immunitaria che lascia ricordo dell’agente patogeno. Le difese si riattivano tutte le volte che l’organismo lo incontra, quindi sono durature. Per questo, nel caso dei monoclonali si parla di immunità immediata e non prolungata. Il loro ruolo potrebbe essere importante nell’ambito di comunità esposte al contagio, ad esempio le residenze per anziani, dove c’è bisogno di una protezione rapida».

Quanti anticorpi monoclonali sono allo studio?
Almeno una decina di gruppi al mondo stanno lavorando. Tra i più promettenti c’è il cocktail denominato REGN-COV2, noto per essere stato somministrato al presidente Usa Donald Trump. È costituito da due diversi anticorpi monoclonali (casirivimab e imdevimab) prodotti dalla società Regeneron, primo farmaco disegnato per il Covid ad essere inserito nel trial britannico denominato Recovery.

I risultati provvisori hanno evidenziato che il farmaco ha un effetto di riduzione della carica virale, particolarmente accentuata nei soggetti con elevata carica virale iniziale e in quelli sieronegativi. Recentemente il cocktail ha ottenuto dalla FDA l’autorizzazione per l’uso in emergenza per pazienti con sintomi lievi o moderati, di età superiore a 12 anni e di peso superiore a 40 chili «ad alto rischio di progredire verso forme gravi» (fonte bollettino Spallanzani).

Quali altri farmaci di questo tipo sono all’orizzonte?
L’anticorpo Bemlanivimab realizzato dall’aziende biotech canadese Ab Cellera in collaborazione col gruppo Eli Lilly ha ottenuto dalla FDA l’autorizzazione per l’uso in emergenza per pazienti con diagnosi di Covid 19. Su questo farmaco sono stati realizzati due studi clinici. Il primo, provato su pazienti ambulatoriali, ha dato risposte incomplete : troppo basso il numero di volontari che hanno partecipato.

Era stata evidenziata comunque modesta efficacia nel ridurre la carica virale. Nei pazienti ospedalizzati il farmaco si è rivelato privo di efficacia tanto che la somministrazione è stata interrotta prima del completamento.

È vero che l’anticorpo Lilly era stato offerto gratuitamente all’Italia?
L’Aifa ha definito queste informazioni «fuorvianti e prive di fondamento». Secondo il direttore Nicola Magrini «l’agenzia non ha mai ricevuto proposte di cessione gratuita. Anzi il 20 novembre l’azienda ha presentato un’offerta per l’acquisto da parte del servizio sanitario».

Gli anticorpi «necessitano di approvazione europea ed Ema ha espresso un giudizio assai cauto sulla possibilità di approvare bamblanivimab». Aifa specifica che «l’autorizzazione emergenziale concessa negli Usa prevede un livello di evidenze scientifiche inferiore rispetto ad Ema».

La ricerca italiana?
Un anticorpo monoclonale è frutto di una collaborazione tra la Fondazione Toscana Life Sciences e lo Spallanzani. Tra i tre più promettenti ne è stato selezionato uno che sarà testato in prove cliniche da avviare all’inizio del 2021, secondo quanto ha annunciato Rino Rappuoli, coordinatore della ricerca.

Cosa promette l’anticorpo sviluppato da AstraZeneca e dall’università College Hospital di Londra?
«Sui siti vengono citati 3 studi su pazienti che hanno contatti stretti con individui positivi e quindi alte possibilità di contagio. Gli altri riguardano persone positive con sintomi lievi, seguite a casa e ad alto rischio di sviluppare sintomi gravi. I risultati definitivi non sono pubblici né sono stati pubblicati», chiarisce Massimo Costantini, direttore scientifico dell’Ireccs Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia. Una sperimentazione dovrebbe partire anche in Italia proprio a Reggio Emilia su pazienti sintomatici lievi, per prevenirne l’aggravamento.