Coronavirus, alcuni geneticamente più protetti/ Perchè? Capirlo ridurrà i rischi

Alcuni sono geneticamente più protetti dal Coronavirus: è fondamentale capire perchè per ridurre il numero di morti, si parla di protezioni incrociate derivate dalle cellule T.

Perché a Roma i contagi da Coronavirus sono stati minori rispetto ad alcuni paesi della Lombardia, nonostante le città siano state generalmente più colpite dalla pandemia? Perché Austria, Danimarca e Repubblica Ceca, che hanno tolto prima le loro misure restrittive, non hanno visto impennarsi i casi e il Giappone, la cui età media di popolazione è alta e in cui le misure sanitarie non sono state troppo brillanti, non si è verificata una prima ondata tanto grave quanto altri Paesi? Sono domande interessanti, che non hanno ancora risposta.

Il The Guardian ha provato a raccogliere qualche parere in merito, cercando di stabilire se possano esserci dei criteri oggettivi. Per esempio il neuroscienziato Karl Friston, che lavora allo University College di Londra, scriveva su Observer che in Germania il basso numero di decessi (relativamente) sia stato dovuto a fattori protettivi che però restano sconosciuti.

“E’ un po’ come la materia oscura nell’universo” ha detto “noi non la vediamo, ma sappiamo che deve essere lì per quello che riusciamo a vedere”. E’ una teoria piuttosto “romanzata” certamente, ma effettivamente il quadro è questo: non è ancora chiaro il modus operandi del Coronavirus. “La mia ipotesi da tempo riguarda la presenza di protezioni incrociate da malattie gravi e morti conferite da altri virus circolanti”: lo ha detto Sunetra Gupta, epidemiologa teorica, che dunque teorizza la possibilità che alcune popolazioni possano essere più protette di altre per una sorta di immunità costruita già prima che arrivasse il Covid-19. Aggiungendo che questa immunità non protegge le persone dal contagio, ma può portare a sintomi lievi. Il problema è che l’ipotesi è rimasta tale, e sappiamo il problema: la mancanza di dati davvero rilevanti circa l’immunità delle persone.

Tuttavia, la ricerca di Sunetra Gupta ha aperto un’idea interessante e i nuovi test sugli anticorpi possono aiutare in tal senso: ovvero, il numero di persone resistenti al Coronavirus potrebbe essere sottostimato. Se prima c’erano prove che il Coronavirus circolasse nei Paesi occidentali (Francia e Germania soprattutto) già a dicembre, adesso si pensa che un’altra componente della risposta immunitaria umana mostri un ricordo di infezione da Coronavirus quando esposta al Sars-CoV-2, il virus che sappiamo causa il Covid-19. E’ uno studio pubblicato su Cell lo scorso 14 maggio, e condotto da ricercatori del La Jolla Institute for Immunology (California): prende in esame le cellule T trovate nel sangue di persone tra il 2015 e il 2018. Ebbene, queste cellule hanno riconosciuto frammenti del virus Sars-CoV-2 e hanno reagito a esso.

“Queste persone non avrebbero potuto entrare in contatto con questo virus” ha spiegato Alessandro Sette, uno dei cofirmatari dello studio “e dunque l’ipotesi più ragionevole è che questa reattività sia davvero incrociata con i cugini del Sars-CoV-2”, spiegando di intendere in questo caso i comuni coronavirus che circolano ampiamente e solitamente causano solo malattie lievi. Le cellule T erano già state trovate nel 34% di pazienti sani (e nel 83% dei positivi al Coronavirus) testate da uno studio del Charité di Berlino, e dunque la nuova ricerca supporterebbe questa scoperta; tuttavia bisogna andarci con i piedi di piombo come ha già avvisato David Heymann, consigliere dell’Oms per il Coronavirus, che ha affermato che per quanto i risultati siano importanti occorre stare attenti perché la reattività incrociata non si traduce automaticamente in immunità al Covid-19. Per scoprire se sia così, bisognerebbe analizzare molte più persone che presentano queste cellule, per capire se davvero siano protette quantomeno da forme gravi della malattia.

Ad ogni modo, l’ipotesi sulla protezione incrociata rispetto agli altri coronavirus è ragionevole anche in base a studi che erano stati condotti in passato (nel 2009) con l’influenza H1N1; anche per questo motivo la pandemia in questione sarebbe stata meno letale rispetto ad altre nel passato. Se valida, la teoria potrebbe anche spiegare perché nei Paesi del Sud Est Asiatico i numeri pandemici da Coronavirus siano stati inferiori rispetto all’Europa: in quella zona del mondo all’inizio del millennio avevano conosciuto la Sars e questo li avrebbe protetti in qualche modo dalla nuova epidemia.

Il Guardian ricorda che alla fine di marzo Gupta aveva pubblicato un lavoro che era stato particolarmente analizzato: diceva, in mancanza di dati allo stesso modo delle ricerche dell’epidemiologico Neil Ferguson (ampiamente considerato dal governo britannico), che oltre metà della popolazione del Regno Unito avrebbe potuto essere già stata infettata dal Sars-CoV-2, e dunque l’indice di fatalità infettiva (cioè i malati destinati a morire) sarebbe potuto essere più basso rispetto agli studi del collega, aggiungendo che il Coronavirus avrebbe meno pericoloso. Gupta aveva posto l’attenzione su questo, dicendo che a quel punto sarebbero stati possibili vari scenari e che tutti questi sarebbero stati da considerare.

Due mesi dopo la pensa ancora così, ma dice che a determinare il rischio medio di morte da Coronavirus è la frazione vulnerabile della popolazione. “Per esempio, una volta che il virus si infiltra in una casa di riposo, il virus si diffonde rapidamente ed è spesso letale, e questo alza l’indice di fatalità infettiva”. Quindi, la cosa importante basandosi su questo è capire perché alcune persone siano resistenti al Coronavirus e perché altre no, così da aiutare quelle che non lo sono. Quali sono questi fattori che rendono alcune persone più resistenti? Certi sono ovvi – l’età per esempio – certi lo sono di meno (le donne, secondo uno studio della Johns Hopkins University, sarebbero meno affette dal Coronavirus per avere un cromosoma X “di riserva”), poi ce ne sono altri come lo stato socioeconomico, il clima, determinati vaccini infantili o i livelli di vitamina D.

Tutti fattori che possono variare di Paese in Paese, naturalmente: lo ha detto Garima Sharma, a capo della ricerca della JHU, che ha anche specificato come alcuni di questi fattori siano dovuti a fattori comportamentali e sociali (per esempio, le donne sarebbero più portate a lavarsi le mani e curarsi preventivamente). Proteggere le persone più vulnerabili ha fatto una grande differenza, come sta diventando sempre più chiaro: per esempio nel Regno Unito la decisione di dimettere i pazienti degli ospedali riportandoli nelle case di cura, senza verificare se avessero contratto o meno il Coronavirus, può avere influito anche se per la Gupta il problema risiede anche nell’erosione dei servizi di supporto alla comunità che si è verificato negli anni.